IDEE
CHIARE sul MAGISTERO
INFALLIBILE del PAPA
In
riferimento al nostro articolo Chiesa e uomini di Chiesa (29.2.2000
pp. 5 ss.) un lettore ci scrive:
«Permettetemi di sviluppare una riflessione circa quello che voi chiamate “Magistero
autentico”
e che altro non è se non il Magistero Ordinario. Se un Papa quando è
eletto [...] riceve,
come
voi dite, un carisma d’infallibilità per il suo Magistero
straordinario, egli riceve anche, come
voi
vi e-sprimete, una “grazia di stato” per governare ed anche per
il suo Magistero ordinario. Se
questa
grazia non è sufficiente, ogni volta che egli deve trattare
questioni di fede o di morale “urbi
et
orbi” o anche abitualmente nei suoi discorsi, c’è il rischio che
egli trascini tutta la Chiesa
nell’errore
[…]. Ora, gli errori veicolati dal Vaticano II, ripresi e aggravati
dai tre papi conciliari
fino
alla cima del Sinai e al Muro del Pianto [...] provano evidentemente
che la “grazia di stato” è
mancata.
Ora mai Dio, Gesù Cristo, ha permesso che in queste materie, anche
nel Magistero
ordinario,
i Papi si ingannassero. Che concluderne? Ammetterete voi che questi
Papi, sempre Papi,
siano
sfuggiti in qualche modo alla sorveglianza divina?».
Un
errore molto diffuso e pernicioso
Rispondiamo
molto volentieri, perché, nell’attuale crisi della Chiesa, ciò
che maggiormente
turba
o confonde i cattolici è appunto il “problema del Papa” ed è
necessario avere idee ben chiare
sull’argomento
per procedere con coscienza ben informata e serena evitando due
scogli che, a
destra
e a sinistra, minacciano di farci naufragare o nello spirito di
ribellione o nell’obbedienza
indebita
e servile.
Cominciamo
anzitutto col rettificare la premessa, che vizia tutto il
ragionamento del nostro
lettore.
«Quello
che voi chiamate “Magistero” autentico -egli
scrive- altro non è
che il Magistero
ordinario».
Questo è un grave errore, causa di molte
rovine ai giorni nostri.
Il
Magistero “autentico” non si identifica, così semplicemente, con
il Magistero ordinario. Il
Magistero
Ordinario, infatti, può essere infallibile e
non infallibile, ed è
in questo secondo caso che
viene
chiamato “Magistero autentico”. Così,
ad esempio, il Dictionnaire de Théologie
catholique
alla
voce infaillibilité du Pape (vol.
VII col. 1699 ss.) parla distintamente:
1)
della «definizione pontificia infallibile o
ex cathedra nel senso definito dal Vaticano I» (col.
1699);
2)
dell’«insegnamento pontificio infallibile
che scaturisce dal Magistero ordinario del Papa»
(col.
1705);
3)
dell’«insegnamento pontificio non
infallibile» (col. 1709).
Parimenti,
il Salvaverri nella Sacrae Theologiae Summa
(vol. I, 5ª ed., B.A.C., Madrid)
distingue:
1) Magistero pontificio infallibile straordinario (nn. 592 ss.);
1) Magistero pontificio infallibile straordinario (nn. 592 ss.);
2)
Magistero pontificio infallibile ordinario (nn. 645 ss.);
3)
Magistero pontificio “mere authenticum” e cioè “solamente
autentico” o “autorevole” in
relazione
all’autorità della Persona, come vedremo, ma non alla sua
infallibilità (n. 659 ss.).
Il
Papa, infatti, pur avendo sempre la piena e suprema autorità
dottrinale, non sempre la impegna
al
suo grado più alto che è quello dell’infallibilità: egli è come
un gigante - dicono i teologi - che
non
sempre adopera tutta la sua forza.
Ne consegue:
Ne consegue:
1)
che «non si deve dire che il Papa è
infallibile per il solo fatto che ha l’autorità papale»,
come
si
legge negli Atti del Vaticano I (Coll. Lac. 399-b: «Neque
etiam dicendus est Pontifex
infallibilis
simpliciter ex auctoritate papatus»): questo
sarebbe identificare l’autorità del Papa con la
sua
infallibilità;
2)
che è necessario sapere «quale assenso è
dovuto ai decreti del Sommo Pontefice,
quando egli
insegna
con un grado che non attinge l’infallibilità ovvero non con il
grado supremo della sua
dottrinale
autorità» (Salaverri
op. cit. n. 659).
Errore
per eccesso ed errore per difetto
Purtroppo
questa triplice distinzione tra Magistero straordinario, Magistero
ordinario infallibile
e
Magistero autentico non infallibile sembra oggi caduta in oblio (come
dimostra anche la lettera
del
nostro lettore), generando nell’attuale crisi della Chiesa due
opposti errori: l’errore per eccesso
di
coloro che estendono l’infallibilità pontificia a tutti gli atti
del Papa senza distinzione, e l’errore
per
difetto di coloro che la restringono alle sole definizioni “ex
cathedra”.
Il
primo errore elimina di fatto il Magistero ordinario non infallibile
o “autentico” e sfocia
inevitabilmente
o nel sedevacantismo (“il Papa è sempre
infallibile, ma gli errori di questo Papa
sono
innegabili e dunque egli non è Papa”) o nell’ubbidienza servile
e “indiscreta” ovvero senza
discernimento,
che chiude gli occhi anche quando il “senso cattolico” suggerisce
di tenerli bene
aperti
(“il Papa è sempre infallibile
e dunque bisogna obbedirgli sempre ciecamente”).
Il
secondo errore elimina di fatto (e talvolta anche in teoria) il
Magistero ordinario infallibile ed
è
l’errore proprio dei neomodernisti, che così svalutano il
Magistero ordinario pontificio e la troppo
scomoda
“tradizione romana” («il Papa è infallibile solo nel suo
Magistero straordinario, e dunque è
lecito
far “tabula rasa” di duemila anni di Magistero ordinario
pontificio»). Entrambi gli errori
concorrono
così ad offuscare la nozione esatta di Magistero ordinario, che
comprende sia il
Magistero
ordinario infallibile sia il Magistero ordinario semplicemente
“autentico”, non infallibile.
Offuscamento
e contestazione
Questi
due opposti errori, benché oggi svelino in modo drammatico la loro
dannosità, non
datano,
però, da oggi. Furono, infatti, denunziati ancor prima del Concilio
Vaticano II.
Già
il P. Labourdette O.P. (Revue Thomiste LIV,
1954 p. 196) deplorò che «da ciò che hanno
appreso
sull’infallibilità personale del Sommo Pontefice nell’esercizio
solenne e straordinario del
suo
potere dottrinale molti hanno ritenuto delle idee
semplicistiche… per alcuni ogni
parola del
Sommo
Pontefice prende in qualche modo il valore d’un insegnamento
infallibile, che richiede
l’assenso
assoluto della fede teologale; per altri gli atti che non si
presentano con le condizioni
manifeste
d’una definizione “ex cathedra” sembrano non avere altra
autorità che quella di un
dottore
privato». Sono appunto i due opposti errori
sopra segnalati.
Anche
dom Paul Nau rilevò la «confusione»
intervenuta tra l’autorità del Papa e la sua
infallibilità:
«mentre l’infallibilità personale del Papa
nelle definizioni solenni, così a lungo
discussa,
è stata definitivamente messa al sicuro da ogni controversia,
l’autorità del Magistero
ordinario
della Chiesa romana sembra perduto di vista. Tutto accade - e il
fatto non è inaudito
nella
storia delle dottrine - come se la luce stessa della definizione del
Concilio Vaticano [I] avesse
messo
in ombra la verità fino a quel momento universalmente riconosciuta;
anzi come se la
definizione
dell’infallibilità dei giudizi [o
definizioni] solenni avesse fatto ormai di
questi il modo
unico,
per il sommo Pontefice, di presentare la regola della Fede»
[Le Magistère pontifical
ordinaire,
lieu théologique p. 12 s.; per
l’offuscamento temporaneo di una dottrina nella coscienza
cattolica
si veda il Dictionnaire de Théologie
catholique voce dogme
tomo IV e Franzelin De
Divina
Traditone tesi XXIII).
Dom
Nau segnalò anche le rovinose conseguenze di questa identificazione
dell’autorità del Papa
con
la sua infallibilità: «non resterà nessun
posto per un insegnamento autentico, le cui diverse
espressioni
non sono, però, tutte garantite allo stesso modo. In una tale
prospettiva è la stessa
nozione
di Magistero ordinario che diviene propriamente impensabile»
(ivi p. 5). Dom Nau
credette
di poter individuare la causa del fenomeno nel fatto che «dopo
il 1870 [anno del Vaticano
I]
i manuali di teologia, per enunciare le loro
tesi, si sono serviti dei testi di questo Concilio.
Poiché
nessuno di questi testi tratta direttamente del Magistero ordinario
del solo Papa, questo
Magistero
è stato a poco a poco perduto di vista e tutto l’insegnamento
pontificio è sembrato
ridursi
alle sole definizioni “ex cathedra”. Inoltre, essendo
l’attenzione interamente attirata su
queste
definizioni, ci si è abituati a considerare gli interventi
dottrinali della Santa Sede solo nella
prospettiva
della definizione solenne: la prospettiva di una definizione che sola
apporterebbe alla
dottrina
tutte le garanzie richieste».
Questa
causa in parte è vera, ma non bisogna dimenticare che verso questa
prospettiva riduttiva
spingeva
già da tempo la teologia “liberale” (da cui è germinato il
modernismo) così che Pio IX,
prima
del Vaticano I (1870), dovette ammonire i teologi tedeschi che la
sottomissione di fede divina
«non
si deve restringere ai soli punti definiti»
(Lettera all’ Arcivescovo di Monaco 21-12-1863).
Le
idee “semplicistiche” ritenute
da «molti»
sull’infallibilità papale dopo il Vaticano I fecero,
senza
volerlo, il gioco della teologia “liberale”. I due errori,
infatti, benché opposti, hanno in
comune
di identificare autorità papale ed infallibilità, con la differenza
che l’errore per eccesso,
considerando
infallibile tutto ciò che promana dall’autorità papale, dilata
l’infallibilità del Papa a
misura
della sua autorità, mentre l’errore per difetto, considerando
autorevole solo ciò che promana
dall’infallibilità
“ex cathedra”, restringe l’autorità del Papa a misura
dell’infallibilità del suo solo
Magistero
straordinario. Entrambi, poi, gli errori concorrono allo stesso
effetto: quello di offuscare,
come
ha ben visto dom Nau, la nozione stessa di Magistero ordinario e, di
conseguenza, la natura
particolare
del Magistero ordinario infallibile; nozione e natura che ci
converrà, perciò, riscoprire,
perché
di massima importanza per orientarsi in tempi di crisi come gli
attuali.
Due
segnali dell’ offuscamento: l’ «Humanae
Vitae» e l’«Ordinatio
Sacerdotalis»
L’offuscamento
delle idee sul Magistero ordinario pontificio è apparsa in tutta la
sua gravità in
occasione
dell’Humanae Vitae di
Paolo VI e, più di recente, in occasione dell’Ordinatio
Sacerdotalis,
con la quale Giovanni Paolo II ha ribadito il tradizionale “no”
della Chiesa
all’ordinazione
di donne.
In
occasione dell’Humanae Vitae l’offuscamento
della nozione di Magistero ordinario pontificio
fu
segnalato da diversi teologi: Felici, Ruffini, Lio, Siri ecc. I
sostenitori dell’infallibilità dell’
Humanae
Vitae generalmente ne deducevano «la
prova dal Magistero autentico costante
e
universale
della Chiesa, mai tralasciato e quindi
nei secoli anteriori già definitivo» o, in
altri
termini,
dal Magistero ordinario infallibile (E. Lio Humanae
Vitae e infallibilità, Libreria ed.
Vaticana
p. 38; neretto nostro). Dovettero accorgersi, però, che la nozione
stessa di Magistero
ordinario
infallibile e la sua peculiarità (costanza ed universalità) erano
come cancellate dalla mente
dei
più, non solo dei semplici fedeli, ma anche dei teologi. Perciò il
card. Siri in Renovatio ott.
- dic.
1968
scrisse: «Nel presentare come ipotesi
possibili, per il caso in oggetto [l’enciclica
Humanae
Vitae],
solo quella della definizione ex cathedra (che
è scartata) ossia del Magistero solenne e
quella
del Magistero autentico (che non implica di per sé la
infallibilità), c’è un grave
sofisma di
elencazione,
anzi un grave errore, perché si tace un’altra ipotesi possibile:
quella del Magistero
ordinario
infallibile. È strano come da taluni si cerchi ad ogni costo di
evitare il parlarne. [...]. È
necessario
aver presente che non c’è solo
Magistero solenne e Magistero semplicemente
autentico;
tra le due espressioni sta il Magistero ordinario, dotato del carisma
della infallibilità»
(i
neretti sono nostri).
Lo
stesso “sofisma di elencazione”
è stato segnalato 30 anni dopo da Mons. Bertone contro la
contestazione
dell’«Ordinatio Sacerdotalis».
In tale occasione egli ha denunciato esplicitamente la
tendenza
«a sostituire di fatto il concetto di
autorità con quello d’infallibilità»
(L’Osservatore
Romano
20 dicembre 1996).
Di
fatto non è il solo Magistero ordinario infallibile che è caduto in
oblìo, ma, con
l’identificazione
di autorità e infallibilità, è caduta in oblìo la distinzione tra
Magistero ordinario
infallibile
e Magistero ordinario autentico. Dopo il Vaticano I - scriveva dom
Nau - un cattolico
«non
può più esitare sull’autorità da riconoscere ai giudizi
dogmatici del Sommo Pontefice: la loro
infallibilità
è stata solennemente definita nella Costituzione “Pastor
Aeternus”. Ma le definizioni
sono
relativamente rare; i documenti pontificali di fronte ai quali il
cristiano d’oggi per lo più si
trova
sono le encicliche, le allocuzioni, i radiomessaggi che normalmente
rientrano nel Magistero o
insegnamento
ordinario. A riguardo di questo Magistero disgraziatamente le
confusioni sono
ancora
possibili e si verificano -ahimè! - troppo spesso» (op. cit
p. 4). Noi ci fermeremo, perciò,
non
sul Magistero straordinario (la cui infallibilità è generalmente
riconosciuta), ma sul Magistero
ordinario
e, illustrando a quali condizioni esso è infallibile, sarà chiaro
che, fuori di queste
condizioni,
siamo in presenza di Magistero “autentico” da tenere, in tempi
normali, nella dovuta
considerazione,
ma che, in tempi anormali, sarebbe un fatale errore equiparare al
Magistero
infallibile
(sia straordinario che ordinario)
Il
punto della questione
«L’infallibile garanzia dell’assistenza divina non è limitata ai soli atti del Magistero
«L’infallibile garanzia dell’assistenza divina non è limitata ai soli atti del Magistero
solenne;
essa si estende anche al Magistero ordinario, senza tuttavia
ricoprirne ed assicurarne
allo
stesso modo tutti gli atti» (P. Labourdette O.P. Revue
Thomiste 1950 p.38; neretto della nostra
redazione)
e quindi l’assenso dovuto al Magistero ordinario “può andare
dal semplice rispetto a un
vero
atto di fede” (mons. Guerry La Doctrìne Sociale de
l’Eglise, Paris, Bonne Presse 1957 p.172).
È,
perciò, della massima importanza sapere quando il Magistero
ordinario del Romano Pontefice è
dotato
del carisma dell’infallibilità.
Poiché
il Papa (da solo) possiede la stessa infallibilità conferita da
Nostro Signore Gesù Cristo
alla
sua Chiesa (Papa+Vescovi in comunione con lui) (cfr. D.B. 1839),
bisogna concluderne che il
Papa
da solo, nel suo Magistero ordinario, è infallibile nella stessa
misura e alle stesse condizioni in
cui
lo è il Magistero ordinario della Chiesa e quindi “si richiede
che la verità insegnata sia proposta
come
già definita o come sempre creduta o ammessa nella Chiesa,
o come attestata dal consenso
unanime
e costante dei teologi per verità cattolica» e
perciò come “strettamente obbligatoria per
tutti
i fedeli” (Dict. Théologie Cath. voce Infallibilitè
du Pape t. VII col. 1705; neretti nostri).
Questa
condizione è stata richiamata dal card. Felici, a proposito
dell’Humanae Vitae, dalle
pagine
de L’Osservatore Romano:
«Su
questo problema è necessario tener presente che una verità può
essere sicura e certa, e quindi
obbligare,
anche senza il carisma della definizione ex cathedra, come in realtà
avviene nella
Enciclica
“Humanae vitae” nella quale il Papa, Supremo Maestro della
Chiesa, enunzia una
verità
che è stata costantemente insegnata dal Magistero della Chiesa ed è
rispondente ai dettami
della
Rivelazione» (L’Osservatore Romano 19 ottobre 1968
p. 3; i neretti sono nostri). Infatti
nessuno
può rifiutare di credere ciò che è certamente rivelato da Dio, ed
è certamente rivelato da
Dio
non solo ciò che è stato definito, ma anche ciò che è stato
sempre ed ovunque insegnato come
rivelato
da Dio dal Magistero ordinario della Chiesa. Più di recente, il
card. Bertone ha ricordato
che
«il Magistero ordinario pontificio può insegnare come definitiva
[in corsivo nel testo] una
dottrina
in quanto essa è costantemente conservata e tenuta dalla
Tradizione» e tale è il caso della
Ordinario
Sacerdotalis che ribadisce l’invalidità
dell’ordinazione sacerdotale di donne sempre
ritenuta
con «unanimità e stabilità»
dalla Chiesa [L’Osservatore Romano 20
dicembre 1996 già
citato;
neretti nostri).
Il
card. Siri, sempre a proposito dell’Humanae
Vitae, nel citato numero di Renovatio
puntualizzò:
«La questione pertanto va posta
obbiettivamente così: concesso che il documento
[l’Humanae
Vitae] non sia atto del Magistero infallibile
e pertanto da solo non
dia la garanzia
della
irreformabilità e della certezza, la sua sostanza non è forse
garantita da un Magistero
ordinario
in quelle note condizioni per cui lo
stesso Magistero ordinario è infallibile?»
(neretti
della
nostra redazione). E dopo aver riassunto la tradizione continua della
Chiesa sulla
contraccezione,
dalla Didachè degli
Apostoli (I secolo) fino alla Casti Connubii
di Pio XI, sulla cui
scia
procede l’Humanae Vitae,
conclude: «1’insegnamento di tale enciclica
ricapitolava
l’insegnamento
antico e comune. Pare di potere dire
che le condizioni nelle quali si
verifica il
Magistero
ordinario irreformabile [= infallibile]
siano raggiunte.
Il periodo della irrequietezza
diffusa
è fatto assai recente, che non inclina per nulla quanto era nel
sereno possesso di tanti
secoli»
(neretti nostri).
È,
dunque, un errore estendere incondizionatamente l’infallibilità a
tutto il Magistero ordinario
pontificio
sia che il Papa parli «urbi et orbi» sia che tenga un
discorso ai pellegrini. E’ vero, alla
Chiesa
non basta la sola infallibilità del Magistero straordinario, che è
raro; «la fede ha bisogno
della
infallibilità e ne ha bisogno tutti i giorni», come scriveva
anche il card. Siri (Renovatio cit.),
ma
il card. Siri, da buon teologo, non dimenticava, come dimentica il
nostro lettore, che anche qui
l’infallibilità
del Papa è condizionata: il Magistero ordinario, per essere
infallibile, dev’essere
“tradizionale”
(cfr. Salaverri loc. cit); se è in rottura con la Tradizione,
il Magistero ordinario non
può
rivendicare per sé nessuna infallibilità. E qui salta fuori la
natura tutta particolare del Magistero
ordinario
pontificio infallibile, sulla quale è necessario soffermarsi.
La
particolare natura del Magistero ordinario infallibile
Il
lettore avrà notato che il card. Siri dice che l’Humanae Vitae,
qualora non fosse un atto del
Magistero
“ex cathedra”, darebbe la garanzia dell’infallibilità non “da
solo”, ma in quanto ricapitola
«l’insegnamento
antico e comune» (Renovatio cit.). Infatti, a differenza
del Magistero straordinario
o
giudizio solenne, il Magistero ordinario «non consiste in una
proposizione isolata, che si
pronunzia
irrevocabilmente sulla fede, e, da sola, la
garantisce, ma in un insieme di atti che
possono
concorrere a trasmettere un insegnamento. E’ il procedimento
normale della Tradizione
nel
senso forte del termine» (dom P. Nau Le Magistère
pontifical… cit. p. 10; neretti nostri). Ecco
perché,
giustamente, il Dictionnaire de Théologie catholique parla di
«insegnamento pontificio
infallibile
che scaturisce dal Magistero ordinario del Papa»
(loc. cit.). Perciò, mentre, «una
semplice
esposizione dottrinale [del Papa] non potrà mai pretendere
l’infallibilità d’una
definizione»
questa infallibilità «invece, è rigorosamente implicata nel
caso di convergenza sulla
stessa
dottrina di una serie di documenti, la cui continuità, di
per sé, esclude ogni possibile
dubbio
sull’autentico contenuto dell’insegnamento romano»
(dom. P. Nau Une source doctrinale:
Les
encycliques p. 75).
Non
tener conto di questa differenza equivale ad annullare ogni
distinzione tra Magistero
straordinario
e Magistero ordinario: «Nessun atto del Magistero ordinario
potrebbe, senza cessare
di
esser tale, rivendicare per sé, isolatamente preso,
la prerogativa propria del giudizio supremo.
Un
atto isolato è infallibile solo se il Giudice
supremo vi impegna tutta la sua autorità fino ad
interdirsi
di ritornarvi sopra - non potrebbe, infatti, essere revocabile senza
riconoscersi
suscettibile
di errore - ma un tale atto, inappellabile, è propriamente quello
che costituisce il
giudizio
solenne [o straordinario] e si oppone come tale al Magistero
ordinario» (ivi nota 1).
Di
conseguenza «l’infallibilità del Magistero ordinario, sia
della Chiesa universale che della
Sede
romana, non è l’infallibilità di un giudizio o di un
atto da considerare isolatamente, come se
da
esso, isolatamente preso, ci si potesse
attendere tutta la luce». Al contrario l’infallibilità del
Magistero
ordinario «è l’infallibilità della garanzia assicurata ad una
dottrina dalla convergenza,
simultanea
o continua, d’una pluralità di affermazioni o esposizioni, di cui
nessuna, presa da
sola,
può apportare una certezza definitiva. Questa certezza
definitiva può venire solo dal loro
insieme»
(dom P. Nau op. cit p. 17; neretti nostri). E dom Nau precisa:
«Nel caso del Magistero
[ordinario]
universale [= dei
vescovi uniti al Papa] questo insieme è
quello dall’insegnamento
concorde
dei Vescovi in comunione con Roma; nel caso del Magistero [ordinario]
pontificio [cioè
del
Papa da solo] è la continuità
dell’insegnamento dei succcessori di Pietro o,
in altri termini, è
la
“tradizione della Chiesa di Roma”, cui si appellava mons. Gasser
[nel Vaticano I] (Collana
Lacensis
e. 404)» (il neretto è della nostra
redazione).
Anche
A. G. Martimort (Le Gallicanisme de Bossuet,
Parigi 1953 p. 558) scrive: «L’errore di
Bossuet
consiste nel rigettare l’infallibilità del Magistero straordinario
del Papa; ma egli ha reso il
gran
servigio d’affermare nettamente l’infallibilità del Magistero
ordinario [del Papa] e
la sua
particolare
natura, che lascia ad ogni atto particolare il rischio dell’errore...
Insomma, secondo il
Vescovo
di Meaux, accade per la serie dei
pontefici romani presi nel tempo, ciò
che accade per il
collegio
episcopale disperso nel mondo».
Si
sa, infatti, che i singoli Vescovi non sono infallibili, ma
l’insieme, nel tempo e nello spazio,
dei
Vescovi, nella loro unanimità morale, gode dell’infallibilità. Ne
consegue che, volendo cercare
l’insegnamento
infallibile della Chiesa, non ci si deve fermare all’insegnamento
di un singolo
Vescovo,
ma si deve guardare alla «dottrina comune e continua»
dell’episcopato unito al Papa, che
«non
può deviare dall’insegnamento di Gesù Cristo» (E. Piacentini
OFM Conv., docente e
postulatore,
Infallibile anche nelle cause di canonizzazione? ENMI, Roma
1994 p. 37). Lo stesso
accade
per il Magistero ordinario infallibile del solo Romano Pontefice:
questo Magistero ordinario
porta
con sé la nota dell’infallibilità non per il fatto che quel
singolo atto è posto dal Papa, ma
perché,
quel singolo insegnamento, quel singolo atto del Papa «s’inserisce
in un insieme e in una
continuità»
(Nau Encycliques... cit.), che è quella della «serie dei
pontefici romani presi nel tempo»
(Martimort
cit.).
Si
comprende allora perché, nel loro Magistero ordinario, i Romani
Pontefici hanno sempre
avuto
cura di riallacciarsi, spesso con lunghe citazioni letterali, ai loro
“venerabili predecessori”:
«Questa
continuità li assicura che quella dottrina è l’insegnamento
stesso della Chiesa,
rigorosamente
normativo per ogni intelligenza cristiana» (dom P.Nau Le
Magistère... cit. p. 26).
“La
Chiesa parla per bocca nostra” dice Pio XI nella Casti
Connubii. E Pio XII nell’Humani
Generis
sottolinea che «per lo più quanto viene proposto e inculcato
nelle Encicliche, è già, per
altre
ragioni, patrimonio della dottrina cattolica».
La
natura tutta particolare del Magistero ordinario infallibile del Papa
era ben chiara fino al
Vaticano
I. Tanto è vero che, mentre si svolgeva questo Concilio, La
Civiltà Cattolica, che scriveva
(e
scrive) sotto il diretto controllo della Santa Sede, al P. Gratry,
che criticava la Bolla Cum ex apostolatus
di
Paolo IV, opponeva: «Or noi domanderemo con tutta pace al P.
Gratry, se egli crede
che
la Bolla di Paolo IV sia un atto, per dir così isolato [in
corsivo nel testo] ovvero che si
ragguagli
con altri dello stesso genere nella serie dei romani Pontefici.
Se risponde che è un atto
isolato
[in corsivo nel testo], il
suo argomento non prova nulla, poiché
egli stesso afferma che la
Bolla
di Paolo IV non contiene nessuna
definizione dommatica. Se poi ci
risponde, com’è
necessario
che risponda, che questa Bolla è nella
sostanza conforme a moltissimi altri simili Atti
della
Santa Sede, allora il suo argomento
dice assai più che non vorrebbe. Dice cioè, che i romani
Pontefici,
per una lunga serie,
hanno esercitati pubblici e solenni Atti d’immoralità e
d’ingiustizia
contro
i dettami dell’umana ragione; di empietà contro Dio; di apostasia
contro il Vangelo» (vol.
X
serie VII, 1870, p. 54; neretti nostri). Il che viene a dire che
l’infallibilità di un “atto isolato”
del
Papa
è propria soltanto della “definizione
dogmatica”; fuori delle definizioni
dogmatiche, e cioè nel
Magistero
ordinario, l’infallibilità è garantita dall’insieme di
«moltissimi altri simili atti della Santa
Sede»
ovvero di «una lunga serie»
di successori di Pietro.
Applicazione
pratica
A
questo punto appare chiaro che non solo l’ultimo Concilio,
dichiarato non dommatico, là dove
non
ripropone un insegnamento già tradizionale, non può rivendicare per
sé il crisma dell’
infallibilità,
ma neppure quello che si presenta come Magistero ordinario pontificio
degli ultimi
Papi
può rivendicare per sé - esclusi pochi atti - la qualifica di
“Magistero ordinario infallibile”.
Basta
considerare che i documenti pontifici sulle “novità” che hanno
turbato e confuso la coscienza
dei
credenti (ecumenismo, dialogo interreligioso ecc.) non mostrano
nessuna cura di riallacciarsi
all’insegnamento
dei “venerabili predecessori” o, più esattamente, sono nell’
impossibilità di
riallacciarvisi
proprio a motivo della “rottura” con essi. Provi il lettore a
scorrere le “Note”
della
Dominus
Jesus e avrà la conferma di quanto
affermiamo: per gli estensori del documento, il
Magistero
dei Papi precedenti (ad eccezione di una frase decurtata della
Mystici Corporis) è
come
se
non esistesse (v. sì sì no no 15
dicembre 2000 pp. 1ss).
Appare
altresì chiaro che quando i “Papi di oggi” contraddicono i “Papi
di ieri” nel loro
Magistero
tradizionale si deve ubbidienza ai “Papi di ieri” e non ai “Papi
di oggi” e che questo è il
segno
manifesto di un’epoca di grave crisi ecclesiale, di tempi anormali
nella vita della Chiesa.
Appare, infine, chiaro che la “nuova teologia”, la quale contraddice senza scrupoli
Appare, infine, chiaro che la “nuova teologia”, la quale contraddice senza scrupoli
l’insegnamento
tradizionale dei Romani Pontefici, contraddice il Magistero
pontificio infallibile e
dunque,
in coscienza, un cattolico deve rigettarla e positivamente
impugnarla.
Eclissi
pressoché totale del Magistero “autentico”
La
crisi attuale della Chiesa, dunque, non si colloca, né sarebbe ciò
possibile, a livello di
Magistero
infallibile straordinario o ordinario. Non si colloca a livello di
Magistero infallibile
straordinario,
perché il Concilio non ha voluto essere dogmatico e lo stesso Paolo
VI ne ha dato la
nota
teologica: “Magistero ordinario, così palesemente autentico”
(udienza generale del 12.1.1966;
v.
Encicliche e discorsi di Paolo VI, ed. Paoline 1966 pp.
51-52).
Non
si colloca a livello di Magistero ordinario infallibile perché il
turbamento e la divisione nel
mondo
cattolico sono stati provocati dalla rottura di quella continuità
dottrinale che è il
contrassegno
appunto del Magistero ordinario infallibile (infatti nessun
turbamento, ma bensì
consenso,
ha suscitato nei figli obbedienti della Chiesa l’Humanae Vitae
di Paolo VI o l’intervento
di
Giovanni Paolo II contro il sacerdozio femminile nell’ Ordinatio
Sacerdotalis: v. sì sì no no 28
febbraio
‘95 p. 7 ecc). La crisi attuale si colloca a livello di quello che
si presenta come Magistero
ordinario
semplicemente “autentico”, che, come ricorda il card. Siri, «non
implica di per sé la
infallibilità»
(Renovatio cit.). Ma si tratta, poi, realmente di Magistero
“autentico”?
Romano
Amerio, nel suo intervento per il 2° convegno teologico di sì sì
no no, scrisse che oggi
«non
ogni parola del Papa è più Magistero, ma ormai spessissimo è solo
espressione delle vedute,
dei
pensamenti delle considerazioni diffuse presentemente, ... di
dottrine che si sono diffuse e che
sono
divenute dominanti in gran parte del mondo cattolico» (v. sì
sì no no 30 aprile 1996 p. 2).
In
effetti il Magistero, anche se non infallibile, dovrebbe essere pur
sempre “Magistero”, cioè
insegnamento
della Parola divina, anche se con un grado inferiore di certezza.
Invece, oggi
spessissimo
«il Papa non manifesta la parola divina che gli è affidata e che
ha l’obbligo di
manifestare»,
ma «esprime le sue vedute personali» (che poi sono quelle
della “nuova teologia”).
Quindi
noi ci troviamo davanti ad una «manifestazione della decadenza
del Magistero ordinario
[autentico]
della Chiesa»; decadenza che «apre una gravissima crisi
della Chiesa, perché è il punto
centrale
della Chiesa a soffrirne» (ivi).
C’è,
perciò, da domandarsi se si possa parlare propriamente di Magistero
pontificio “autentico”
o
se non si debba piuttosto parlare di un’eclissi pressoché totale
del Magistero pontificio autentico,
cui
fa riscontro un’analoga crisi a livello di Magistero episcopale.
Dove
nasce il rischio di essere trascinati nell’errore
Questa
crisi del Magistero pontificio autentico ha trovato i cattolici tanto
più impreparati quanto
più
era offuscata nelle loro menti la distinzione tra Magistero ordinario
infallibile e Magistero
ordinario
semplicemente “autentico” del Romano Pontefice. È questo
offuscamento, segnalato,
come
abbiamo visto, da alcuni teologi già prima del Vaticano II, che ha
trascinato e rischia tuttora
di
trascinare nell’errore quei cattolici, che credono erroneamente di
dover prestare il medesimo
assenso
ad ogni parola del Papa, trascurando quelle distinzioni e
precisazioni che pure sono nell’
insegnamento
della Chiesa e che qui richiamiamo brevemente.
«L’ordine
di credere fermamente senza esaminare l’oggetto [...] può
obbligare veramente solo
se
l’autorità è infallibile» (Billot De Ecclesia tesi
XVII) e perciò al Magistero infallibile, sia
straordinario
che ordinario, si deve un assenso fermo e incondizionato.
«Per
le decisioni dottrinali non infallibili del Papa
o delle Congregazioni romane, c’è anche un
dovere
stretto di ubbidienza che obbliga ad un assenso interno prudente
e che esclude
abitualmente
ogni dubbio fondato»,
ma questo assenso è «legittimato [non
dall’infallibilità, bensì]
dall’alta
prudenza con la quale l’autorità
ecclesiastica agisce abitualmente in
queste circostanze»
(Dict
de Th. Cath. voce Eglise
t. IV col. 2209). Perciò al Magistero
“autentico” si deve non un
assenso
cieco e incondizionato ma un assenso prudente e condizionato: «Poiché
non tutto ciò che
insegna
il Magistero ordinario è infallibile,
è necessario domandarci quale adesione dobbiamo 8
alle
sue diverse decisioni. L’assenso di fede si esige da parte del
cristiano per tutte le verità
dottrinali
e morali definite dal Magistero della Chiesa. Non così per
l’insegnamento impartito dal
sommo
Pontefice ma non imposto a tutta la collettività cristiana come
dogma di fede. In tal caso è
sufficiente
l’adesione interna e religiosa che accordiamo all’ autorità
ecclesiastica legittima. Non è
un
assenso assoluto, poiché questi
decreti non sono infallibili, ma solo un assenso prudenziale
e
condizionato,
visto che nelle questioni di fede e di morale, la presunzione sta in
favore del
superiore.
[...] La possibilità
di sottomettere la dottrina a un altro esame, se questo sembra
richiesto
dalla gravità della questione, non è
eliminata da questa adesione
prudenziale» (Nicolas
Jung
Le Magistère de l’Eglise 1935
pp. 153-154; neretti sono nostri).
Purtroppo
tutte queste verità sono scomparse dalla coscienza cattolica insieme
con la nozione di
Magistero
“autentico”. E tanto più il mondo cattolico corre il rischio di
essere trascinato nell’errore
quanto
più nutre l’ingenua ed erronea convinzione che «mai»
Dio ha permesso che anche nel
Magistero
ordinario (senza distinzione di sorta) i Papi s’ingannassero e che
quindi al Magistero
papale
si debba sempre lo stesso assenso, cosa che non corrisponde affatto
alla dottrina della
Chiesa.
Infallibilità
e grazia di stato
È
nell’ambito del Magistero autentico che si colloca il nostro
discorso sulla grazia di stato del
Romano
Pontefice.
Il
Papa, quando impegna la sua infallibilità, gode, oltre che della
grazia di stato, anche di una
specialissima
assistenza divina. Neppure l’infallibilità, però, lo riduce ad un
automa. Infatti
«l’assistenza
divina... non esime il soggetto del Magistero infallibile dal dovere
di ricercare la
verità
con mezzi naturali, particolarmente mediante lo studio delle fonti
della rivelazione (cfr.
D.
1836)»
(L. Ott Compendio di teologia dommatica,
ed Marietti 1956 p. 474). Perciò nel suo
Magistero
infallibile il Papa gode 1) di un’assistenza
positiva dello Spirito Santo per giungere
alla
verità;
2) di un’assistenza negativa che
lo preserva da una decisione errata. Infine, qualora un Papa,
per
negligenza o cattiva volontà, mancasse al suo dovere di ricercare la
verità con i mezzi dovuti,
l’infallibilità
ci garantisce che Dio, con un’assistenza puramente
negativa, impedirebbe la
proclamazione
“ex cathedra” di un errore.
Questa
garanzia manca nel caso del Magistero autentico, che non gode del
carisma
dell’infallibilità,
e perciò tutto è affidato alla sola grazia di stato, che muove il
Papa ad agire con
quell’«alta
prudenza» che normalmente vediamo rifulgere
anche nel Magistero autentico dei
Successori
di Pietro. Ma se un Papa venisse meno a questa “alta
prudenza”, nessuna promessa
divina
sta a garantirci che Dio interverrebbe per fermarlo. Allora, sì, il
mondo cattolico potrebbe
correre
il rischio di essere trascinato nell’errore, ma non perché al Papa
sia venuta meno
l’infallibilità
(alle debite condizioni, egli ne godrebbe come i suoi predecessori),
né perché gli sia
mancata
la grazia di stato, bensì perché egli è mancato alla grazia. E il
rischio è tanto più grande
quanto
più sono caduti in oblìo i princìpi che stiamo qui richiamando.
Quando
il mondo cattolico aveva ben chiari questi princìpi, il pericolo di
essere trascinati
nell’errore
era di gran lunga inferiore. Ed infatti noi vediamo nella storia
della Chiesa che la
resistenza
motivata di cardinali, di Università cattoliche, di principi
cattolici, di religiosi, di semplici
fedeli
fecero rientrare i passi falsi di alcuni Papi, come Giovanni XXII e
Sisto V, per il quale ultimo
San
Roberto Bellarmino scrisse a Clemente VIII: «Vostra
Santità sa a quale pericolo Sisto V espose
se
stesso e tutta la Chiesa allorché intraprese la correzione della
Sacra Scrittura secondo i lumi
della
sua scienza personale e veramente io non so se la Chiesa abbia mai
corso un più grave
perìcolo»
(F. Vigouroux Dictionnaire de la Bible t.
Ili col. 1407-1408 art. Jesuites: traveaux sur
les
Saintes
Ecritures). E quel pericolo fu scongiurato
dalla reazione del mondo cattolico. In realtà, non
si
rende un servizio né a se stessi né alla Chiesa né al Papa
attribuendogli sempre l’infallibilità ed i
tempi
attuali lo stanno dimostrando: ciò non toglie che i passi falsi di
un Papa sono per tutto il
mondo
cattolico una prova durissima.
Tempi
normali e tempi anormali
In
tempi normali, infatti, il fedele si appoggia al Magistero pontificio
“autentico” con la stessa
fiducia
con la quale si appoggia al Magistero infallibile e, in tempi
normali, questa fiducia è
pienamente
giustificata. Anzi, in tempi normali, sarebbe un errore gravissimo
non tenere nel debito
conto
anche il Magistero semplicemente “autentico” del Romano
Pontefice, perché «se fosse
permesso
ad ognuno, in presenza d’un atto dell’autorità magisteriale, di
sospendere il proprio
assenso
o anche di dubitare o negare positivamente finché quest’atto non
implichi una definizione
infallibile,
l’azione reale del Magistero ecclesiastico diventerebbe per ciò
quasi illusoria, perché è
relativamente
raro ch’esso si traduca in definizioni siffatte» (Dictionnaire
de Théologie Catholique
tomo
III col. 1110). Non si dovrebbe, però, mai dimenticare, come oggi si
è dimenticato, che la
sicurezza
del Magistero autentico non è legata all’infallibilità, bensì
all’ «alta prudenza» con cui
“abitualmente”
procedono i Successori di Pietro e alla cura che abitualmente essi
hanno di non
discostarsi
dall’insegnamento, esplicito e tacito, dei loro predecessori.
Se
questa prudenza e questa cura vengono meno, noi non siamo più in
tempi normali e sarebbe
un
errore fatale equiparare, anche solo di fatto, il Magistero autentico
del Romano Pontefice al suo
Magistero
infallibile (straordinario o ordinario che sia). Questi tempi
anormali, grazie a Dio, sono
rarissimi,
ma non impossibili. In tal caso, per non essere trascinati
nell’errore, urge ricordare che
l’assenso
dovuto al Magistero non infallibile è un «assenso inferiore, non
di fede, ma prudenziale, il
cui
rifiuto, tranne un fatto nuovo o la
certezza di una discordanza tra l’affermazione pontificia e
la
dottrina fino a quel momento insegnata, non potrebbe
sfuggire alla nota di temerarietà» (dom
Nau
Le Magistère... cit. pp. 23-24). Dom Nau precisa che questo
non vale per un insegnamento che
sia
“già tradizionale” (saremmo allora, infatti, nel campo
del Magistero ordinario infallibile). Ma
nel
caso di un insegnamento che non sia “già tradizionale” vale
la riserva che a noi qui interessa:
«la
certezza di una discordanza tra l’affermazione pontificia e la
dottrina fino a quel momento
insegnata»,
legittima il rifiuto e lo sottrae ad ogni «nota di temerarietà».
Questa
«discordanza» è forse un’ipotesi impossibile? No, quando
si tratta di Magistero
“autentico”.
Dom
Nau, il cui attaccamento al papato è fuori di ogni dubbio, scrive:
«Questo caso non è da escludersi
“a
priori” perché non si tratta d’una definizione. Tuttavia, al
dire dello stesso Bossuet,
è
“così straordinario da verifìcarsi solo due o tre volte in mille
anni”» (Le Magistère... cit. p. 24
nota
53). In tal caso rifiutare il proprio assenso non solo non è
temerario, ma è doveroso e la
“discordanza”
con “la dottrina fino a quel momento insegnata” scioglie
il cattolico da ogni dovere
di
ubbidienza su quel punto: «E’ un principio generale che si deve
obbedienza agli ordini d’un
superiore
a meno che, in un caso concreto, l’ordine non appaia manifestamente
ingiusto; parimenti
un
cattolico è tenuto ad aderire interiormente agli insegnamenti
dell’autorità legittima finché
non
è evidente per lui che una data affermazione è erronea»
(D.T.C, t. Ili col. 1110; il neretto è
nostro).
Nel nostro caso l’evidenza dell’errore è data dalla discordanza
di un atto di Magistero
autentico
con il Magistero infallibile straordinario o ordinario e quindi con
la dottrina tradizionale,
alla
quale la coscienza cattolica è legata in eterno.
La
fede non chiede le dimissioni della logica
A
chiusura riportiamo il testo di un compianto teologo che aveva ben
chiara la dottrina che
abbiamo
qui richiamata ed era consapevole di quanto essa fosse
interessatamente offuscata dai
“nuovi
teologi” (ben più inescusabili dei semplici fedeli).
Polemizzando
con Joseph Kleiner sulla palese contraddizione tra l’Auctorem
Fidei di Pio VI,
che
condanna la concelebrazione, e l’Instructio
di Paolo VI, che, al contrario, la
incoraggia, il padre
Joseph
de Sainte Marie O.C.D. scrive: «“Si è
forse mai visto un intervento del Magistero
contraddire
una Dichiarazione del Magistero?”. Nella sua [di
Joseph Kleiner] mente la risposta
alla
sua domanda è evidentemente negativa; in
nome dell’infallibilità del Magistero.
Questa
infallibilità
certamente comporta che la Chiesa non può contraddire se stessa, ma
ad una
condizione
dimenticata dal
nostro autore, e cioè che essa impegni nel suo atto la pienezza
della 10
sua
infallibilità. Oppure, trattandosi del Magistero ordinario, del
quale bisogna stare molto attenti
a
non minimizzare l’autorità, a
condizione ch’esso si conformi a ciò che insegna il Magistero
infallibile,
sia nei suoi atti solenni, sia nel suo insegnamento costante.
Se queste condizioni non
sono
rispettate, non è affatto impossibile
che un intervento del Magistero entri
in contraddizione
con
un altro. La fede non deve turbarsene perché l’infallibilità
non è in causa, ma il senso dei
fedeli
ha il diritto di esserne scandalizzato, perché tali fatti rivelano
un profondo disordine
nell’esercizio
del Magistero. Negare l’esistenza di
questi fatti in nome di una comprensione
erronea
dell’infallibilità della Chiesa e
negarli “a priori” non è conforme né alle esigenze della
teologia
né a quelle della storia né a quelle del più elementare buon
senso. Perché i fatti sono là;
non
si possono negare. Ne abbiamo dato un esempio; ne potremmo dare
altri. Basti ricordare [...]
l’
“Institutio generalis” che presentò il “Novus Ordo Missae”
specie nel suo famoso “articolo 7”. I
dogmi
dell’Eucarestia e del Sacerdozio vi erano presentati con termini
così ambigui e palesemente
orientati
verso il protestantesimo - per non dire di più -che fu necessario
rettificarli. E tuttavia
questa
“Institutio” era “un intervento del Magistero”. Bisognava
forse accettarla per questa sola
ragione,
benché andasse in un senso chiaramente opposto al Concilio di
Trento, nel quale la
Chiesa
aveva impegnato la sua infallibilità? Sì, se si segue il
comportamento bandito da Joseph
Kleiner
e da tanti altri. E bisognerebbe per ciò stesso fare propria la
contraddizione, negando che
ci
sia contraddizione, il che è propriamente contraddittorio e
rappresenta un’autentica dimissione
dell’intelligenza
e un abbandono incondizionato a un principio d’autorità non
regolato più da
nessuna
esigenza di verità. Un tale atteggiamento non è conforme a quello
che il Magistero stesso
chiede
ai fedeli. [...] Ora
la fede esige la sottomissione dell’intelligenza dinanzi al Mistero
che la
oltrepassa,
ma non la sua dimissione dinanzi ad esigenze di coerenza logica che
sono di sua
competenza.
Perciò, quando una contraddizione è evidente, come nei due casi
citati, il dovere del
credente,
e ancor più del teologo, è di rivolgersi al Magistero chiedendogli
di eliminarla»
(Eucharestie
salut du monde, ed du Cèdre, Paris 1981, pp.
56 ss.).
Pensiamo
di non dover aggiungere altro, tranne un invito a pregare la divina
Pietà che, per
intercessione
del Cuore Immacolato di Maria, allontani al più presto dal mondo
cattolico questa
durissima
prova.
Hirpinus
tratto da Si Si No No
tratto da Si Si No No

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