domenica 17 agosto 2014

LA SETTA CARISMATICA Rilievi sul Movimento Carismatico detto anche "Rinnovamento nello Spirito"

LA SETTA CARISMATICA Rilievi sul Movimento Carismatico detto anche "Rinnovamento nello Spirito"


LA SETTA CARISMATICA

Rilievi sul Movimento Carismatico detto anche "Rinnovamento nello Spirito"

 Di Don Giorgio Maffei
"Se, per esempio, quando si raduna tutta la comunità, tutti parlassero con il dono delle lingue e sopraggiungessero dei non iniziati o non credenti, non direbbero forse che siete dei pazzi"?

San Paolo Apostolo
(Cfr. Prima Lettera ai Corinzi, XIV, 23).



Si è largamente diffuso tra i cattolici questo Movimento, seguito da molti fedeli di indiscutibile serietà e bontà. Si prega, c'è sentita de­vozione alla Madonna ed ai Santi, oltre che a Nostro Signore Gesù Cri­sto, s'intende. C'è rispetto per il sacerdote e per la Gerarchia; spirito di carità, di fraternità, ed anche di sacrificio. Si direbbe, a prima vista, un movimento buono. Eppure, ad un osservatore attento ed esperto, non sfugge qualche anomalia e stranezza in netta opposizione con l'auten­tica religiosità e pietà cristiana, tanto da suscitare non poche perplessi­tà, e fino a doverne dare un giudizio completamente negativo, non per il buono che c'è, ma per il male che guasta anche quello che c'è di buono.
Ne esporremo i maggiori difetti; non i semplici difetti che quasi inevitabilmente si trovano quaggiù più o meno in tutte le cose, dato che quaggiù la perfezione è assai difficile, ma i difetti che toccano l'es­senziale della vera ortodossia religiosa e sono inammissibili in un Movimento sedicente cattolico, specialmente se non c'è alcuna vo­lontà di eliminarli, ma se ne fa anzi un sistema ed una regola.
E dunque, ci chiediamo: un movimento che nega e rifiuta i carismi essenziali della Religione, almeno alcuni, non può chiamarsi movimento carismatico, ma, caso mai, anti-carismatico; e non si può dire che ci sia Rinnovamento nello Spirito, ma piuttosto deterioramento? Per cui bi­sogna aprire bene gli occhi per non essere trascinati ingenuamente in un inganno, che sarebbe molto dannoso allo spirito.
Dobbiamo però premettere e riconoscere che non tutti i gruppi, come non tutti i singoli aderenti al Movimento, hanno tutti i difetti che elencheremo, o li hanno nello-stesso grado; vi sono alcuni più moderati e ve ne sono altri spinti fino all'esaltazione ed al fanatismo, nei quali si nota chiaramente lo spirito ingannatore del demonio, scam­biato per Spirito Santo.
Ma, comunque, il pericolo sussiste anche per quelli più moderati, se non se ne tireranno fuori al più presto.


PRINCIPALI DIFETTI:

1° Ricerca morbosa di fatti straordinari: miracoli, visioni, segni dal Cielo, ecc...

La curiosità umana si sente molto attratta da questi fenomeni, ed è un po' naturale che ci siano queste tendenze nell'uomo. Ma, peraltro, bisogna dominarle, anzi respingerle, perché in opposizione alla fede e all'umiltà. La vera fede non va in cerca di queste cose, ma crede senza vedere, lasciando a Dio l'iniziativa di manifestarsi, se lo vorrà.
Non è detto che sia proibito frequentare persone o luoghi dalle qua­li o nei quali si è udito verificarsi fatti soprannaturali; anzi, siccome ce ne sono realmente, è cosa da farsi, con prudenza e moderazione, per­ché, se il Signore ritiene di manifestarsi in quei luoghi, o attraverso quelle persone, non lo fa solo per quelle, ma per tutti.
Tuttavia, in questi gruppi "carismatici" le "manifestazioni" non solo sono desiderate, non solo sono cercate, bensì pure provocate con riti che hanno tutto il sapore della magia. Dopo la recita del Santo Rosario, seguono preghiere spontanee, con parole strampalate (la co­siddetta glossolalia ), versi scomposti, gesti e atteggiamenti strani,accompagnati da musiche tut­t'altro che reli­giose, con stru­menti da jazz­ band, il tutto allo scopo di produrre in sè stessi un interio­re inebriamento,una
autosuggestione ed un'esaltazione che essi chiamano
"effusione dello Spirito Santo", mentre altro non è che delirio frenetico e farneticante. In alcuni casi, si giunge fino al parossismo, con danze, con abbracci e baci tra uomini, donne, preti, frati e suore, promiscuamente. Chiunque sia retto di cuore e sano di mente, giudichi se può chiamarsi pietà cristiana tutto questo. Ricordiamo le parole del Signore: "Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione [...]. Vi diranno: "Eccolo la! Eccolo qua "! Non andateci! Non seguiteli.
La vera pietà evita qualsiasi singolarità, fosse anche il semplice alzare o allargare le braccia alla recita del Pater noster durante la Santa Messa, gestualità riservata al celebrante, ma fuori luogo per gli altri. E che dire dell'uso di abbracciarsi e baciarsi tra uomini donne e con­sacrati? Sia pure del tutto castamente, spesso anche più volte nello stesso giorno, è senza dubbio esagerato e imprudente. Gesù, Nostro Signore, non ha mai dato questo esempio. Anche se San Paolo ha detto "Salutatevi col bacio santo", non così va interpretato questo passo. I Santi, che hanno avuto visioni, vere s'intende, non le hanno mai provocate;questo sarebbe del tutto in opposizione alla santità, e poi non sarebbero neppure state visioni vere.
Ma nemmeno le hanno cercate, e neppure desiderate, ma anzi, quando le hanno avute, non vi hanno nemmeno creduto subito, sia per umiltà che per prudenza. II primo atto è stato quasi quello di respingerle, di farsi il segno dellaCroce, di gettare acqua benedetta, e di confidarsi col confessore, prudente ed esperto s'intende, per non cadere nel tranello del demonio. Questo è press'a poco l'atteggiamento che ognuno do­vrebbe tenere qualora fosse favo­rito da fatti e da doni soprannatu­rali. I sedicenti "carismatici " fanno invece tutto il contrario .Vedono" segni di vario genere, "sentono" profumi, "odono" suoni o voci particolari, e non hanno alcun dubbio trattarsi di segni celesti.
Guai, anzi, a contraddirli, sia pure con prudenza e delicatez­za, per aprire loro gli occhi. Cre­dono che sia peccato contro la fede, ed invece è proprio contro la fede il loro atteggiamento.
C'è, all'opposto, un atteggiamento pure sbagliato e dettato dalla su­perbia: quello di molti, anche fra i consacrati, che non ammettono ir, alcun modo le manifestazioni soprannaturali, e respingono qualsiasi notizia del genere senza punto scomodarsi per indagare e accertarsi sulk realtà dei fatti, specialmente di quelli che sono realmente autentici. At­teggiamento superbo e imprudente, punito col fatto che, mentre respin­gono la Verità e la Luce, sono condiscendenti proprio verso questi falsicarismatici. E' proprio vero che delle volte gli estremi si toccano.


2° Sentimentalismo, non vera religiosità.

La religiosità di questi pseudocarismatici consiste per lo più in atti esteriori intesi ad esprimere sentimenti del tutto umani, ed a provare emozioni sensibili, più che ad elevare lo spirito a Dio. Molta e prolungata preghiera vocale, canti sentimentali i cui testi sembrano avere qual­cosa di sacro, e sono invece profani e lascivi, specialmente quando sono accompagnati da chitarre, che hanno lo scopo-di divertire più che di santificare.
Le cose vanno peggio allorché si uniscono gesti, atteggiamenti, posi­zioni del corpo che non hanno niente in comune con la pietà cristiana.
In molti gruppi più spinti ed esaltati, i riti fatti alla presenza del SS.mo Sacramento sono blasfemi, come lo stare sdraiati per terra, in promiscuità di sesso, sonnec­chiando, o peggio, e questo chiamandolo "adorazione".
Non c' e bisogno, però, di arrivare a que­sti eccessi per riprova­re il Movimento tutt'al­tro che carismatico. Lo Spirito Santo non lo si deve invocare con quei canti, gesti e musiche profane, bensì con la re­cita del Veni Creator e delle preghiere tradi­zionali della Santa Madre Chiesa, ma soprattutto con la sincerità e con la semplicità del cuore, che evita ogni singolarità ed esibizione esteriore.
Lo Spirito Santo è spirito, non sensazione; la Sua azione nelle anime è spirituale, non sensibile. L'unico effetto sensibile prodotto nelle anime dallo Spirito Santo - effetto però sempre soprannaturale e unicamente Suo purissimo dono - è costituito dalle consolazioni dette, appunto, "sensibi­li", provate dai principianti nella vita spirituale nella loro conversione dal mondo a Dio, con una gioia interiore che cancella tutte le altre gioie della vita.
Consolazioni che i sedicenti "carismatici" non hanno mai provato, perché se le avessero provate, non andrebbero in cerca di emozioni sensi­bili ed umane, incomparabilmente inferiori ed assolutamente incapaci di attirare la volontà verso la via stretta della Croce e della perfezione cristiana. Inoltre, la vera religiosità, non è fatta soltanto di preghiera vocale e di canti, di
convegni e di viaggi, ma anche di istruzione e di sforzo interiore per correggersi, per migliorarsi e per conoscere la volontà diDio con profonde meditazioni e riflessioni sui libri di spiritualità e gui­da alla virtù. Esattamente ciò che è completamente trascurato dagli adepti di questa setta. Gli unici libri che leggono sono quelli che parla­no del loro Movimento e dei "miracoli" che vi si compiono. Riguardo al resto, cioè all'essenza della religiosità, pretendono di avere la scien­za infusa e, per essere guidati dallo Spirito Santo, sarebbe sufficiente fare quello che fanno, cioè cantare, pregare insieme e radunarsi insie­me per costringere il Divino Spirito ad effondersi su di loro.
Hanno, sì, rispetto e venerazione per il sacerdote; se ne incontrano uno serio e di pietà, se ne entusiasmano e lo vorrebbero con loro. Ma quando si accorgono che non ha visioni e non fa miracoli, soprattutto se non ha le loro stesse idee, né par­tecipa ai loro riti, peggio poi se non ne parla favorevol­mente, delusi, lo abbandonano.
Come si è detto, non tutti si comportano così;
molti conservano le buone tradizioni e la pietà che hanno appreso in passato, prima di seguire il Movimento. Diversi poi sonosolo frequentatori occasionali e non sono stati inquinati dalle storture ivi riscontrate. Ma bisogna che prima o poi si accorgano di non trovarsi nell'autentica ortodossia cattolica.



3° Studio di mettersi in vista

C'è poca umiltà evangelica.Già la ricerca dello straordinario, del miracolo non solo negli altri,ma anche in se stessi, oltre che opporsi alla fede, è in opposizione al­l'umiltà. L'umile non si ritiene degno di fare miracoli, di aver visioni celesti e di possedere carismi eccezionali, che Dio concede raramente anche ai Suoi Santi. Tutti i sedicenti "carismatici" li cercano, senza chiedersi se ne sono o se non ne sono degni. La loro reazione, poi, quan­do vengono contraddetti, è tutt'altro che umile, ma per lo meno carica di disappunto.I miracoli essi non si limitano a pretenderli, a cercarli, a provocarli (come se si potessero produrre coi loro artifici), non si limitano a pren­derli subito e senz'altro per veri; non si limitano "solo" a questo, che è già contrario alla volontà dell'umiltà, ma si premurano anche di farlo sapere agli altri, raccontando per filo e per segno tutto lo svolgersi del fatto "soprannaturale" e"miracoloso". Questo ogni volta che certi fe­nomeni sembrano verificarsi o si verificano realmente. Perché, infatti, o per suggestione, o per opera del demonio, possono anche prodursi sul serio fenomeni non spiegabili nella sfera del naturale.Tutti, o quasi tutti gli aderenti alla setta hanno avuto (cioè, dicono di aver avuto) qualche visione, o hanno assistito a qualche segno celeste, oppure hanno percepito profumi, talora da essi stessi emanati. E come ci tengono a raccontarli, come pure i sacrifici, i digiuni , vantandosene e umiliando molti che più di loro e con più retta intenzione di loro vorreb­bero farli, ma che per ragioni di salute, di lavoro, o d'altro - anche talvol­ta di carità - ne sono impediti.Non ricordano le parole del Signore, che invita, sì, a fare penitenza, quella che è possibile fare, ma che dice di non "suonare la tromba" per farsi notare, ma anzi, di farlo nascostamente non solo agli occhi degli uomini: "Quando digiuni, profumati la testa e lavati la faccia, affinché il tuo digiuno sia noto non agli uomini, ma al tuo Padre Celeste, che sta nel segreto (del tuo cuore), e il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa" 5. Bisogna nasconderlo per­fino a se stessi, cioè neppure compiacersene, perché è per grazia di Dio, e non per propria bravura che lo si è fatto: "Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra " 6. Lo stesso titolo di "carismatici" che si sono dati, è un titolo presuntuoso che dimostra semmai proprio il contra­rio, come colui che dicesse di essere santo, con ciò stesso dimostrerebbe di non esserlo. I presupposti dei carismi straordinari sono i carismi ordi­nari: la carità, la fede, l'umiltà, il nascondimento interiore che cerca di rimanere nel­l'ombra e sco­nosciuto, il patire e l'esse­re disprezzati soprattutto per la bontà e per la' virtù cristiana. A questi esorta San Paolo quando dice: "Cercate i carismi migliori ". A Dall'esaltazione verrà la guarigione?A questi alludeva l'Apostolo, non al dono dei miracoli delle profezie, delle lingue, ecc..., che vengono dopo i primi, e non sono come essi indispen­sabili. Saranno utili certamente al bene delle anime, ma bisogna lasciare a Dio l'iniziativa di concederli, a chi vuole, come vuole, quando vuole, finchè vuole e se vuole.


4° Promiscuità e permissivismo sessuale


E' la principale, se non l'unica, spiegazione del grande successo che il Movimento ha fra i giovani, la maggior parte dei quali mai frequenta la chiesa ed i Sacramenti, ma che, in occasione degli alle­gri raduni, non manca di farsi vivo.
Portano con se chitarre e se la spassano coi loro canti sentimentali. Nulla di strano che ci possano essere dei giovani, ma sono sempre stati mescolati a tutti gli altri adulti, anziani e bambini. Qui no Qui i ragazzi e le ragazze fanno una cosa a parte; arrivano insieme stanno insieme e ripartono insie­me . Non si vogliono notare atteg­giamenti sconvenienti, e non si vuole nemmeno pensare che ne abbiano in privato, eccetto qual­che lascività e facili contatti. Tut­tavia, ammesso e con concessoche non vi sia alcuna malizia nel fare stare sempre insieme i giova­ni in promiscuità di sesso; ipotizzando la loro assoluta purez­za di cuore, rimane sempre im­prudente per loro, e poco edifi­cante per gli "altri" il compor­tamento in discorso. Gli "altri" di cui stiamo parlando sono quelli che non fanno abitudinariamente parte del gruppo e che potrebbero, a ragione, restar scandalizzati da un simile comportamento .Quelli che ne fanno parte sempre oramai non ci badano, avendocoltivato uno spirito modernista e libertino .Gli stessi genitori che aderiscono al Movimento sono molto per­missivi verso i loro figliuoli e figliuole . Gli altri genitori, che lasciano andare figlie e figli a questi raduni, se non sono permissivi, sono peraltro molto ingenui, come nel lasciarli andare da soli alle "riunioni" ed alle gite parrocchiali, od ai cosid­dètti "campi scuola", o ad altri incontri organizzati da parroci senza scrupoli. Purtroppo, certo, questa prassi riprovevole non è solo del Rin­novamento nello Spirito. è un facile sistema usato da parroci e sa­cerdoti male formati per riempire le loro chiese, i loro "oratori" e le sale parrocchiali di giovani, che si vogliono educare facendoli pas­sare per la via larga della perdizione, anziché per quella stretta della salvezza . Tuttavia, anche se la corruzione ha raggiunto perfino monasteri ed eremi (aperti ormai a tutti i giovani in cerca di avventura) sarà sempre cosa biasimevole, sufficiente da sola a tener lontani i giovani (maschi e femmine) che desiderano impegnarsi seriamente e sinceramente nella Via di Dio, il consentire comportamenti tanto sconvenienti quanto, im­plicitamente, desacralizzanti.




Nelle assemblee presiedu­te da sacerdoti, talvolta avven­gono "miracoli", o sono "caccia­ti" dei demoni.Alcuni sacerdoti si sono per questo fatta una fama'. Di solito, durante la celebrazione della Messa, preannunciano il ge­nere di "miracolo" che sta per ve­rificarsi, soprattutto o soltanto guarigioni. E così avviene.
Che dire, dopo l'esposizione dei gravi difetti riscontrati in seno a questo Movimento? S'impone la necessità di fare alcune considerazioni riguardanti appunto i miracoli, specialmente la loro ori­gine ed il loro scopo .I miracoli possono venire da Dio, o da altre forze occulte preternaturali, che da Dio ricevono il consenso di agire10. In poche pa­role, possono venire o da Dio o da un demone. Però, solo quelli di Dio sono veri miracoli; quelli del demonio sono certamente fenomeni non normali, che l'uomo e le forze della natura non sono capaci di compie­re. Tuttavia, non sono veri miracoli, ma pseudomiracoli, cioè sono sem­pre satanici per la forza che agisce . Sì, il demonio, per giusta disposizione di Dio e sempre col Suo permesso, ha poteri e capacità di agire sulle forze della natura com­piendo, o facendo compiere, fatti prodigiosi che hanno tutto l'aspetto di miracoli. Può agire sui corpi, sugli oggetti, produrre cambiamenti, sparizioni o apparizioni di cose che prima non
c'erano. Talora provo­care anche sciagure, fenomeni atmosferici e tellurici, ecc..., imitando Dio e meglio ingannando i Suoi servitori. Pensiamo a Simon Mago che, con l'aiuto del demonio, si sollevava a parecchi metri dal suolo, per far vedere ai suoi spettatori che anche lui, come Gesù, era capace di salire al Cielo". E non si trattava di produrre suggestioni e illusioni negli astantise, per le preghiere di San Pietro, le forze che lo sostenevano vennero meno, ed egli precipitò al suolo .Altre volte si tratta solo di suggestione, in una maniera però a noi sconosciuta. Così sono molti prodigi operati da prestigiatori, pratica­mente impossibili e`dove é chiaro che non può arrivare il trucco .Quelli che compiono tali prodigi non sono sante persone, ma impostori, avventurieri, ciarlatani, mercanti e viziosi che, per averne lucro e successo, hanno venduto al demonio la loro anima. I fatti prodigiosi, poi, sono semplici giochi, atti a suscitare la curiosità della gente, a farla divertire, senz'altra utilità che quella di dare spettacolo. Delle volte, tuttavia i prodigi in questione servono per fare del male come nel caso dei MALEFICI, che sono un'indubbia realtà.Non così sono i miracoli di Gesù e dei Santi. Dio non opera maioziosamente e per trastullo, ma sempre per un fine superiore: per affer­mare la Sua Divinità, per manifestare la Suabenevolenza verso qual­cuno, o per accreditare qualche verità rivelata. Sempre a fin di bene, raramente per castigare, ma anche in questi casi per ammonire, per ri­chiamare e per mostrare in maniera sensibile le gravi conseguenze del peccato .E non c'è davvero ricerca di successo o di lucro. I miracolati non guariscono solo per qualche tempo, ma definitivamente, né miraco­li sono soltanto le guarigioni .I "miracoli" compiuti dai sedicenti "carismatici" non sono prodigidiabolici: hanno, almeno oggettivamente, il fine buono, di guarire da qualche malattia, o di liberare da un demonio, fatti in un'atmosfera di preghiera e di religiosità, invocando il Nome del Signore, non a fine di lucro, ne, vorremmo almeno sperare, di successo. Ma non ci sentiamo nemmeno di classificarli tra i miracoli veri e propri, compiuti da Dio e per fini da Esso voluti.
Dio compie il miracolo per manifestare la santità di una persona, per premiare la fede, per approvare un'opera e comprovarne la bontà. Però, il miracolo da solo, anche se viene da Dio, non è sufficiente ad approvare un'opera ed a comprovarne la bontà. Occorrono alcuni altri elementi indispensabili a dare valore comprovante al miracolo: inprimo luogo la santità della vita, almeno quella ordinaria, comune a tutti, e la purezza ortodossa dell'insegnamento e della religiosità. Se manca uno di questi due elementi, non si può accettare il miracolo come segno dell'approvazione di Dio. La Chiesastessa, per la canonizzazione dei Santi, non si accontenta dei miracoli da essi compiuti in vita od in morte; esige anche la pratica costante delle virtù eroiche e l'assoluta assenza di errori dottrinali . In Gesù, Nostro Signore, oltre alla potenza del miracolo, c'era anche la straordinaria ed uni­ca santità della vita; c'era l'altissima e perfettissima dottrina. C'erano poi le profezie che parlavano di Lui... C'erano in abbondan­za gli elementi per dimo­strare inequivocabilmente la Sua Divinità. I Suoi mi­racoli erano strepitosi e di indubitabile origine divina; eppure anche in Lui, alme­no alcuni dei miracoli, da soli, non sarebbero stati sufficientemente probatori. Erano probatori della Sua Divinità perché, come è detto dopo il miracolo del­la guarigione del sordomu­to, "ha fatto bene ogni cosa" . Ma quando i farisei accusavano Gesù di cacciare i demoni con l'aiuto di Belzebul, principe dei demoni, non dicevano una cosa assolutamente impossibile per se stessa; era impossibile in Gesù, per­ché evidente era la ,falsità dell'accusa che Egli fosse un peccatore e perciò d'accordo con Belzebul . Ma se un mago riuscisse a cacciare un demonio, di lui sì che si potrebbe dire che l'ha cacciato con l'aiuto di Satana. Il demonio ha potere di fare anche questo. E' un mentitore e lavora sempre per fare il male.Ma non sempre lo fa direttamente; spesso lo fa cominciando col fingere di fare del bene. E' intelligente e furbo e, all'occorrenza, può anche dire la verità, può fare "miraco­li", può cacciare demoni, magari facendoli entrare in qualcun al­tro che si presta al suo gioco, eventualmente in qualcuno che fa parte della stessa setta da lui suscitata e dominata .Questi "miracoli" del demonio sono, diciamo così, più "raffinati" di quelli accennati prima. Si direbbero una via di mezzo tra quelli del demonio e quelli di Dio, e sono più ingannevoli. Chi li compie, li compie in Nome di Gesù Cristo, ma "compierli in nome di Gesù Cri­sto" non significa farlo semplicemente invocando il suo SS.mo Nome, bensì pure con la santità della vita conforme alla Sua Volontà. Lo stes­so che "pregare nel Nome di Gesù Cristo" non significa farlo sempli­cemente con la bocca, ma anche col cuore e con la vita. Ha detto, infat­ti, il Signore: "Non tutti quelli che mi dicono Signore, Signore, entre­ranno nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio. Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo Nome? E non abbiamo noi nel tuo Nome cacciato demoni? E non abbiamo noi nel tuo Nome fatto molti miracoli"? Ma io risponderò loro: "Ritiratevi da me voi tutti operatori di iniquità"13Parole che fanno pensare, perché il Signore parla di miracoli, di profe­zie, di cacciata dei demoni, tutto fatto nel Suo Nome. Eppure non a Lui gradito, perché fatto da "operatori di iniquità ".Può darsi che il Signo­re, essendo impegnato il Suo Nome, e con fede, faccia anche il miraco­lo richiesto. Ma, come non è sufficiente che sia invocato il Suo Nome perché il miracolo abbia forza comprovante la bontà di un'opera, così neppure è sufficiente la sola stessa fede. Dice, infatti San Paolo: "Quan­d'io parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, se non ho la carità, sono come un bronzo che suona [...]. E quando avessi la profezia e conoscessi tutti i misteri ed ogni scienza, e quando avessi tutta la fede, fino a trasportare le montagne, se non ho la carità, sono un niente" Occorre quindi anche la carità . Ma non pensiamo che la carità consista nel dire belle parole, nelmostrarsi gentili, nel fare elemosine, o qualsiasi altra opera buona este­riore, perché l'Apostolo continua dicendo: "E quando distribuissi ogni mio avere per sovvenire i poveri, e sacrificassi il mio corpo (fino) ad essere bruciato(per giovare ad altri); se non ho la carità, nulla mi giova" I'. La carità è la vita conforme alla volontà di Dio,modellata su quella di Nostro Signore Gesù Cristo e su quella dei Santi che lo hanno imitato nelle virtù evangeliche, come le hanno sempre insegnate i maestri di spiritualità della Chiesa . II Signore, poco prima di proclamare l'inaccettabilità dei miracoli compiuti dagli "operatori di iniquità ", aveva messo in guardia i disce­poli dai falsi profeti, indicando i segni per riconoscerli: "Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi vestiti da pecore, ma di dentro sono lupi rapaci. Li conoscerete dai loro frutti" 16. Non, dunque, dalle pro­fezie, non dai miracoli che fanno in Nome Suo, non perché cacciano idemoni, ma "dai loro frutti ". Dalle loro opere si riconoscono. Questo è il criterio per giudicare della bontà di un'opera e della credibilità di chi si autoproclama pos­sessore di carismi straor­dinari . Ora, i "miracoli" compiuti durante le grandi manifestazioni "carismatiche" bisogna inquadrarli nel contesto aberrante a cui si è ac­cennato. Potrà sembrare e s a g e r a t o l'accostamento delle espressioni evangeliche di biasimo e di condan­na agli animatori di quel Movimento e agli auto­ri di quei fatti prodigio­si. Sono sacerdoti, anche Vescovi, e talvolta persino Cardinali ",che riteniamo con buone intenzioni, gente da bene, non animata da venalità, almeno nell'apparenza sincera... Come si possono clas­sificare e chiamare "lupi rapaci", "mercenari", "falsi profeti", e "operatori di iniquità", dire che non abbiano la carità, quando invece tutta la loro opera sembra volta all'amore del prossimo, a fargli del bene, a liberarlo dal dolore,con uno sfondo di religioso amor di Dio?Diciamo, senza volerci riferire ad alcuno in particolare e senza giu­dicare nessuno nell'intimo della sua coscienza, che quegli aggettivi nel Vangelo non hanno lo stessissimo significato che hanno nella vita co­mune e materiale. Essere "lupi rapaci" in senso evangelico non signi­fica essere necessariamente spargitori di sangue, o depredatori di beni altrui. Chi rovina le anime anche promettendo loro beni e van­taggi umani che il Signore non ha promesso ai Suoi discepoli, quello - è Sant'Agostino che lo dice - è un lupo rapace, perché conduce leanime per una strada che porta alla rovina, o per lo meno a grave danno, non alla salvezza .Se lui non ha volontà di "sbranare" le anime, ce l'ha il demonio, e noi dobbiamo stare attenti a non renderci suoi servitori e complici coninsegnamenti e pratiche erronee. Essere "mercenari" nel servizio di Dio e delle anime non significa esclusivamente operare il bene solo per lucro; lo si è anche quando si cerca se stessi, la propria affermazione e soddisfazione, il successo e gli applausi degli uomini. Essere "falsi profeti " non significa soltanto predire cose sbagliate non suggerite dal­lo Spirito Santo, ma.significa anche insegnare e praticare l'errore con apparenza di bene e di verità; non ci sarebbe altrimenti bisogno che il Signore ci mettesse in guardia: "Guardatevi dai falsi profeti".Non solo praticare e insegnare l'errore è sbagliato, ma anche tolle­rarlo e approvarlo negli altri. Non ci consta che la massa degli adepti rimanga edificata dal comportamento aberrante che tiene durante le pre­ghiere ed i "riti" carismatici. Oltre che dall'eccessiva libertà concessa ai giovani d'ambo i sessi di stare insieme col pretesto di un amore che non è cristiano, ma sentimentale e passionale, e che apre la via al pec­cato .La carità, poi, l'abbiamo già detto, non sta nel "parlare la lingua degli Angeli ", nel "darsi alle fiamme per giovare a qualcuno ", nella 'fede che trasporta le montagne", nel dire "Signore, Signore", cioè nel fare lunghe preghiere, nel'fare profezie, miracoli e cacciar demoni nel nome di Gesù “.E’ difficile definire esattamente de in poche parole la supereminente carità evangelica, ma certo è fatta di umiltà, di semplicità, di nascondimento, di verità, di fuga da ogni esibizionismo e pubblicità. Non basta la probità della vita ed una certa umanità; anche tra i testimoni di Geova c'è onestà civica, si vogliono bene, si fanno e fanno del bene... Anche tra i, massoni. Eppure... Se, dunque, si ve­rificano fatti prodi­giosi in seno a questo Movimen­to, poiché servono a confermare l'er­rore e a diffonder­lo, non possono attribuirsi a forzebuone e non pos­sono sono venire da Dio. Ma, se anche,per ipotesi, venis­sero da Dio perché compiuti nel Suo Nome -e Dio, quando fosse impegnato il Suo SS.mo Nome, potrebbe intervenire e fare il miracolo richiesto, benché "contro la sua volontà" - non potrebbe ugualmente essere accettato come prova della bontà di quel movimento e di tutte le cose aberranti che vi si fanno, perché il criterio per riconoscere la bontà di una persona, o di un Movimento con caratteri morali e spirituali, come si è detto, non sono i miracoli, nemmeno se compiuti nel Nome del Signore, bensì i frutti e le opere, che debbono essere conformi alla volontà di Dio e alla millenaria pras­si della Chiesa e dei suoi Santi. Le manifestazioni di "pietà" dei "cari­smatici" non sono tali .Il Movimento cosiddetto "carismatico", che abusa di questo termine, con ben altro significato, per definire presuntuosamente se stesso, peccando di superbia, come se pretendesse chiamarsi "Movimento dei Santi", e proprio con ciò stesso dimostrando di non essere né santo, né carismatico, sembra piuttosto una ramificazione del modernismo. La più insidiosa eresia di tutti i tempi, che si direbbe essere 1`eresia per­fetta". Ciò sia perché compiuta con estrema sottigliezza mimetizzando di bene, di fraternità, ed anche di pietà, di religiosità, e di spiritualità ogni cosa, sia perché non si è posta come le altre eresie fuori dalla Chiesa, ma vi opera al suo interno, con la generale condiscendenza del clero e della Gerarchia ecclesiastica. Come un tumore maligno che rode di den­tro l'organismo senza che l'ammalato avverta alcun dolore, e se anche uno dei pochi medici esperti gli dicesse che è affetto da una gravissima malattia mortale, non gli crederebbe e affermerebbe con convinzione ostinata di star bene e di godere ottima salute .E' perciò molto difficile intavolare un discorso con gli aderenti alMovimento al fine di persuaderli che la vera pietà cristiana e l'autenti­ca devozione è diversa da quella ivi praticata, anche se ci sono molte somiglianze ed affinità, che però servono solo a rendere più sottile l'in­ganno. Specialmente i più esaltati sono tenacemente radicati nelle loro convinzioni, dalle quali non si smuovono, anzi, sono talora suscettibili e reagiscono con stizza. Il loro fanatismo ed anche l'insistente aggres­sività per propagandare il loro Movimento li porta ad un gemellaggio, ciascuno nel proprio ordine, con i Testimoni di Geova. Come quelli pretendono di essere i Testimoni di Dio Padre ("Geova"), questi pre­tendono di essere i Testimoni dello Spirito Santo; gli uni e gli altri non sono né l'uno né l'altro.





 Per concludere, ripetiamo quanto detto all'inizio: i vari gruppi non sono tutti uguali, ma c'è una gamma che va dai più fanatici ai più mo­derati. Così è anche tra i singoli. Le riunioni di quelli che si definiscono col titolo di "carismatici", negli oratori, o anche nelle chiese, o in locali privati, ove gl'intervenuti si "drogano" spiritualmente con mani alzate, visi ieratici, urla, gesti, atteggiamenti e"musiche" che sono piuttosto rumori per favorire l'autosuggestione ed andare in un trance parossi­stico sfociante in danze, schiamazzi, abbracci, talora con pronuncia mento di "profezie" e frasi in lingue sconosciute ed altre stregonerie che essi chiamano "effusione dello Spirito Santo", sono riunioni sataniche da condannare senza mezzi termini .Le riunioni di quelli che definiscono il loro Movimento con l'espressioni più modesta di "Rinnovamento nello Spirito", sono meno spine delle suddette. Tuttavia, anche se in una forma più blanda e modera si riscontrano anche le stesse anomalie e si riscontrano anche le stesse anomalie strampalerie che mescolano la Religione con riti ed atteggiamenti che hanno il sapore della magia . Gravissima, poi,  la libera ed incontrollata promiscuità dei giovani d'ambo i sessi. Pure questi gruppi sono da condannare, anche se vi si dovessero compiere "miracoli" e vi tengono bei discorsi.Purtroppo, il Movimento si è talmente diffuso, che non vi è ormaipiù ambiente che non ne sia infestato. Gruppi più o meno numerosi s'incontrano un po' dappertutto, specialmente dove c'è maggiore fama di miracoli, di apparizioni celesti, visioni, segni prodigiosi che solleticano la curiosità e la voglia incontenibile dello straordinario.
I fatti soprannaturali possono essere autentici o dati per premiare la fedeltà degl'intervenuti, come nelle "apparizioni" di Medjugorje, c Montichiari ecc..., od anche nei Santuari tradizionali, ma dove arrivano questi gruppi, guastano il raccoglimento e la preghiera di quelli chi ancora conservano sana la loro religiosità. S'impiantano ed impongo i loro modi (sono riconoscibili dalle braccia tenute alzate) coi loro canti sentimentali e musiche con chitarre. Forse ci saranno dei gruppo non solo più moderati, ma che respingono le anormalità e le deviazioni pietistiche dei precedenti, però non fuori dal pericolo di essere trascinati dagli altri, del cui Movimento generale fanno parte. Chi può dire che tutte le Logge massoniche siano diaboliche allo stesso grado? Ce ne sono delle più blande (almeno apparentemente) che promuovono la fraternità, l'uguaglianza, il rispetto e l'aiuto reciproco e'verso chi è nel bisogno, ed altre forme di carità, magari tinte anche di religiosità e di spiritualità. Eppure, se il partecipare a queste associazioni massoniche non fosse peccato (a parte la condanna esplicita della Chiesa), peraltro sarebbe estremamente pericoloso, perché una volta messo piede in quegli ambienti, si può essere trascinati, sia pure impercettibilmente, verso forme peggiori. Così deve dirsi di questi gruppi moderati del "Rinnova­mento". C'è senza dubbio del buono, soprattutto per il fatto che gli ade­renti conservano quella pietà e quella religiosità che hanno appreso nelle famiglie e nelle parrocchie, quando ancora si insegnava il Catechismo di San Pio X e si dava la vera e sana educazione religiosa, morale e spiritua­le ai bambini ed ai giovani.E' doveroso, da parte di chi, per grazia di Dio, è nella luce, aprire gli occhi a questi, ancora buoni e disponibili ad essere guidati, ed infor­marli che nella Chiesa ci sono ancora gruppi di preghiera e cenacoli di spiritualità buoni e lodevoli da frequentare, senza pericolo che la fede subisca inquinamenti di sorta. In mancanza di questi, meglio starsene a casa e or­ganizzare cenacoli di preghiera in famiglia, o con persone di si­ cura ed autentica pietà.

A.M.D.G. Amen.

sabato 3 agosto 2013

IDEE CHIARE SUL MAGISTERO 2

IDEE CHIARE SUL MAGISTERO (2) - Attualità della questione: Tradizione/Magistero



*Attualità della questione: Tradizione/Magistero
Recentemente sono apparsi articoli e libri, che, per difendere la Tradizione e la Chiesa, o hanno esagerato la portata del Magistero, facendone un Assoluto oppure lo hanno minimizzato e quasi annichilito, negandone la funzione di interpretare la Tradizione e la S. Scrittura. Onde evitare gli errori per eccesso (che assolutizza il Magistero) e per difetto (che minimizza la sua realtà) riassumiamo sull’argomento quanto ha scritto in passato[1]  e recentemente mons. BRUNERO GHERARDINI (vedi) e quanto si trova nei migliori manuali di ecclesiologia.
Occorre evitare la premessa erronea che fa del Magistero un Assoluto e non un ‘ente creato’, un Fine e non un mezzo, un Soggetto indipendente (absolutus = sciolto) da tutto e da tutti. Niente al mondo ha la dote dell’Assoluto. La Chiesa non fa eccezione, non la sua Tradizione, non il suo Magistero e neppure la Gerarchia, Papa compreso. Si tratta di realtà sublimi, ai vertici della scala di tutti i valori creaturali, ma sempre di realtà penultime, finite, create dipendenti da Dio, l’unica realtà ultima o assoluta, infinita ed increata. 

Sulla Tradizione la Chiesa esercita un discernimento che distingue l’autentico dal non autenticoLo fa mediante uno strumento che è il Magistero. Il Magistero è un ‘servizio’, ma è anche un ‘compito’, un munus, appunto il munus docendi, che non può né deve sovrapporsi alla Chiesa, dalla quale e per la quale esso nasce ed opera. Dal punto di vista soggettivo, il Magistero coincide con la Chiesa docente Papa e Vescovi in unione col Papa. Dal punto di vista operativo, il Magistero è lo strumento mediante il quale viene svolta la funzione di proporre agli uomini la divina Rivelazione con autorità.

Troppo spesso, però, si fa di questo strumento un valore a sé (absolutus) e si fa appello ad esso per troncare sul nascere ogni discussione, come se il Magistero fosse al di sopra della Chiesa e come se davanti a sé non avesse la mole enorme della Tradizione da accoglier interpretare e ritrasmettere nella sua integrità e fedeltà. 

Il procedimento sbrigativo oggi invalso è più o meno il seguente: Cristo promise agli Apostoli, e quindi ai loro successori, vale a dire alla Chiesa docente, l’invio dello Spirito Santo e la sua assistenza per un esercizio nella verità del munus docendi e dunque l’errore è scongiurato in partenza, senza condizioni, le quali invece sono richieste e definite dal Concilio Vaticano I, come vedremo oltre. Un altro procedimento più che sbrigativo consiste nel negare al Magistero ognimunus docendi et interpretandi le due fonti della Rivelazione (Tradizione e S. Scrittura).

 * Il metodo della Sacra Teologia 

In Teologia innanzitutto si enuncia la “Tesi, per esempio “Il Papa è infallibile”. Poi si espone lo “Status Quaestionis, ossia il significato di ogni parola della Tesi esposta, nel caso nostro cosa significa ‘Papa’ e cosa si intende per ‘infallibilità’. Inoltre si trattano le varie ‘Opinioni’ e gli ‘Errori’ eventuali che sono sorti nel corso dei secoli a riguardo della Tesi. Quindi viene data una “Nota Teologica che determini il grado di certezza di cui gode la Tesi[2]. Infine si delucida teologicamente la Tesi alla luce della Dottrina della Chiesa (Simboli di Fede, laTradizione, il Magistero ecclesiastico, la S. Scrittura, I Padri della Chiesa), e, per ultimo si approfondisce la Tesi speculativamente o se ne dà la “Ragione teologica” (“Fides queaerens intellectum”), tramite un sillogismo la cui premessa ‘minore’ va dimostrata con un altro sillogismo. 

Come si vede il metodo classico della Teologia dogmatica privilegia la dottrina della Chiesala quale attraverso il suo Magistero interpreta la Tradizione e la S. Scrittura. Perciò il primo elemento per provare la Tesi è il Magistero, poiché la Chiesa ha ricevuto da Cristo il mandato di insegnare e dare l’esatta interpretazione delle cose predicate da Lui, trasmesse agli Apostoli o messe per iscritto nei Libri Sacri. Quindi il Magistero si basa essenzialmente sulla S. Scrittura e la Tradizione apostolica per ottemperare il mandato conferito alla Chiesa da Cristo. La Rivelazione divina fu affidata all’interpretazione, alla custodia, alla diffusione e alla difesa del Magistero della Chiesa, che è fondata su Pietro e i suoi successori: i romani Pontefici. Tramite il Magistero ecclesiastico la Rivelazione viene trasmessa. Infatti il Magistero della Chiesa è lo strumento di cui Cristo si serve per trasmettere la sua Rivelazione inalterata, ogni giorno, sino alla fine del mondo. Attenzione! La Ragione teologica non fonda la Verità rivelata, che è oltre la ragione, ma ne sviscera la convenienza, ne tira le conclusioni, ne approfondisce il significato e confuta coloro che la impugnano.

DOPO IL CONCILIO VATICANO II la metodologia della Teologia dogmatica è cambiata, si parte dalla Scrittura, dalla quale si origina la Tesi. Il tutto “in lumine Fidei et sub Ecclesiae Magisterii ductu; alla luce della Fede e sotto la direzione del Magistero della Chiesa” (Optatam totius, § 16/a). Quindi anche col Concilio Vaticano II e dopo il Concilio ciò che garantisce la luce della Fede è la direzione del Magistero. Però mentre prima del Vaticano II la Scrittura veniva dopo il Magistero e alla luce del Magistero, a partire dal Vaticano II si è posto in secondo luogo il Magistero e in primo luogo la Scrittura ed inoltre si tende a far coincidere Tradizione e Magistero con la Scrittura, surclassando la dottrina della “due Fonti” della Rivelazione (Tradizione e Scrittura), per ridurre tutto alla Scrittura che contiene Tradizione e Magistero, come se fossero una sola cosa. Per cui difendere la Tradizione annichilando o diminuendo al minimo il valore del Magistero è erroneo. È un paradosso che per fare l’apologia della Tradizione si minimizzi il Magistero quasi distruggendolo, ancor più di quanto non abbia fatto il Vaticano II. * Il Magistero della Chiesa 

Il Magistero si divide in Solenne e Ordinario. Quello Solenne si suddivide in Conciliare e Pontificio; quello Ordinario in Universale o Papale. 

MAGISTERO SOLENNE STRAORDINARIO CONCILIARE è l’insegnamento di “tutti” (totalità morale non matematica o assoluta) i Vescovi del mondo riuniti fisicamente – in maniera non abituale o non permanente e non stabile e quindi “stra-ordinaria” – in Concilio Ecumenico sotto il Papa.
MAGISTERO SOLENNE PERSONALE PONTIFICIO: il Papa che in quanto Papa (o seduto sulla cattedra di Pietro, “ex cathedra Petri”) definisce come divinamente rivelata una dottrina riguardante la Fede e la Morale ed obbliga a crederla come assolutamente necessaria alla salvezza.
Il Magistero Ordinario si divide in Universale o Pontificio. Innanzitutto ORDINARIO significa che quanto al modo di esercizio è comune, non è solenne, non è eccezionale o extra-ordinario, ma è solo normale, abituale. Quindi non è l’insieme dei Vescovi riuniti stra-ordinariamente in Concilio sotto il Papa, poiché il Concilio Ecumenico è un avvenimento non ordinario, non abituale, non in pianta stabile, ma eccezionale nel corso della storia della Chiesa (Concilio di Trento, 1563; Concilio Vaticano I, 1870). Non è neppure il Papa che definisce in maniera solenne o straordinaria una verità di Fede, ma in quanto trasmette la Rivelazione, che è contenuta nella Tradizione e nella Scrittura, in maniera non solenne, non cattedratica. Ciò non vuol dire che non sia Magistero vero, autentico, ufficiale, e, persino infallibile se vuole adempiere alle condizioni per essere assistito infallibilmente da Dio, ossia definire e obbligare a credere, anche se in maniera comune, ordinaria o semplice quanto al modo di insegnare. Esso in questo ultimo caso trasmette realmente il Deposito della Rivelazione e in ciò non può errare, pur non impiegando la pompa magna o la forma straordinaria e solenne in tale trasmissione della Rivelazione. 
MAGISTERO ORDINARIO UNIVERSALE: la trasmissione delle verità divinamente rivelate viene fatta dai Vescovi sparsi fisicamente nel mondo ossia residenti nelle loro Diocesi, ma in comunione col Papa e uniti intenzionalmente o in accordo tra loro e con Lui nell’insegnare una verità.
MAGISTERO ORDINARIO PAPALE: la trasmissione viene fatta dal Papa in quanto tale e in maniera ordinaria. Inoltre il Papa è infallibile se da solo definisce ed obbliga a credere ed anche se riprende, ripete ed enuncia una Verità di Fede o Morale, costantemente e universalmente tenuta da tutta la Chiesa (“quod sempre, ubique et ab omnibus creditum est”).
Il teologo tedesco ALBERT LANG spiega bene che «non riveste neppure importanza essenziale il fatto che i Vescovi esercitino il loro Magistero ‘in modo Ordinario e Universale’, oppure esercitino il loro Magistero ‘in modo Solenne’ riuniti in un Concilio Ecumenico convocato dal Papa. In entrambi i casi sono infallibili solo se, in accordo tra di loro e con il Papa, annunziano una dottrina in modo definitivo e obbligatorio»[3]. Ossia, per l’infallibilità il modo di insegnamento ordinario o straordinario è secondario e accidentale; ciò che è principale è la volontà di definire e obbligare a credere una verità di Fede e Morale, sia in maniera solenne sia in maniera comune o ordinaria.
Il Magistero è la ‘regola prossima’ della Fede, mentre Scrittura e Tradizione sono la ‘regola remota’. Infatti, è il Magistero della Chiesa che interpreta la Rivelazione e propone a credere con obbligatorietà, ciò che è contenuto in essa come oggetto di Fede, per la salvezza eterna.
 * Terminologia appropriata 

Il ‘DOGMA’ è una verità rivelata da Dio e contenuta nel Depositum Fidei: Tradizione e S. Scrittura (dogma materiale) e poi proposta a credere come necessaria per la salvezza eterna, quale divinamente rivelata o di fede (dogma formale), dal Magistero ecclesiastico con l’obbligo di credervi (Vaticano I, DB, 1800)[4] . Pertanto chi nega o rifiuta l’assenso a una verità di Fede definita dal Magistero è eretico e incorre ipso facto nella scomunica o anatema.[5]
La ‘DEFINIZIONE DOGMATICA’ è la dichiarazione obbligante della Chiesa su una verità rivelata e proposta obbligatoriamente a credere ai fedeli. Tale definizione può essere fatta sia dalMagistero ordinario (Papa che insegna in maniera ordinaria o non solenne ‘quanto al modo’, ma obbligante ‘quanto alla sostanza’ a credere una verità come rivelata da Dio e definita dalla Chiesa[6]; sia dal Magistero straordinario o solenne quanto al modo (una dichiarazione solenne o ‘extra-ordinaria’ del Papa o del Concilio[7]. Tale definizione dommatica si chiama pure dogma formale o verità di fede divino-cattolica o divino-definita. «Generalmente basta la funzione del Magistero ordinario a costituire una verità di Fede divino-cattolica, vedi Concilio Vaticano I, sess. III, c. 3, DB, 1792 » (P. PARENTE, Dizionario di teologia dommatica, Roma, Studium, 4° ed., 1957, voce “Definizione dommatica”). Attenzione però, se il Magistero ordinario può definire infallibilmente un dogma formale, non significa che esso sia sempre infallibile e che ogni suo pronunciamento sia una definizione dommatica; lo è solo se il Papa vuole definire una verità come di fede rivelata e obbligare a crederla per la salvezza eterna. (Cfr. “Enciclopedia Cattolica”, IV, col. 1792 [8]).
‘L’INFALLIBILITÀ[9] presuppone, infatti, da parte del Magistero la volontà di obbligare, definire, proporre obbligatoriamente a credere come dogma, una verità contenuta nel Deposito della Rivelazione scritta o orale. Per cui il Magistero è la ‘regola prossima’ della fede, mentre Scrittura e Tradizione sono la ‘regola remota’. Infatti, è il Magistero della Chiesa , che interpreta la Rivelazione e propone a credere con obbligatorietà, ciò che è contenuto in essa come oggetto di fede, per la salvezza eterna.
I ‘LUOGHI TEOLOGICI’ sono «la sede di tutti gli argomenti della ‘Scienza Sacra’ a partire dai quali i teologi traggono le loro argomentazioni sia per dimostrare una verità sia per confutare un errore» (M. CANO, De Locis tehologicis, Roma, ed. T. Cucchi, 1900, Lib. 1, cap. 3). Monsignor ANTONIO PIOLANTI scrive: «La Teologia è fondata su Verità rivelate, le quali sono contenute nella Scrittura e nella Tradizione, la cui interpretazione è affidata al vivo Magistero della Chiesa[10], il quale a sua volta si manifesta attraverso le definizioni dei Concili, le decisioni dei Papi, l’insegnamento comune dei Padri e dei Teologi scolastici» (Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, p. 246). Perciò erra gravemente chi vuole ridurre il Magistero ad un accidente contingente, nato con la crisi neomodernista alla quale PIO XII avrebbe risposto con l’enciclica Humani generis (1950) lanciando l’idea di Magistero come baluardo contro la nouvelle théologie. No! il Magistero è un Luogo teologico, che interpreta realmente la Scrittura e la Tradizione, altrimenti basterebbero la Bibbia e il Denzinger, mentre Cristo ha detto ai suoi Apostoli: “Andate e insegnate a tutti i popoli” (Mt., XXVIII, 18). Quindi il mezzo stabilito da Cristo per la diffusione della dottrina evangelica non è la sola Scrittura o la sola Tradizione orale, ma il Magistero vivo, cui Egli assicura (a certe condizioni) un’assistenza (infallibile) sino alla fine del mondo. Il cardinal PIETRO PARENTE scrive che il Magistero è perciò: “il potere conferito da Cristo alla sua Chiesa, in virtù del quale la Chiesa docente è costituita unica depositaria e autenticainterprete della Rivelazione divina. [...]. Secondo la dottrina cattolica la S. Scrittura e la Tradizione non sono che la fonte e la ‘regola remota’ della Fede, mentre la ‘regola prossima’ è il Magistero vivo della Chiesa” (Dizionario di Teologia dommatica, cit., pp. 249-250). 

 * Schema riassuntivo sul Magistero
  1. papale: del solo Pontefice romano;
    a) straordinario: pronunciamento solenne o ‘non-comune’ sia quanto al modo(proclamazione in pompa magna) sia quanto alla sostanza (definizione di un dogma di fede divino-cattolica con obbligo di credervi; p. es. l’Immacolata o l’Assunta solennemente proclamate da Pio IX e XII come verità divinamente rivelate e proposte a credere obbligatoriamente in ordine alla salvezza eterna). È infallibile di per se stesso (DB, 1839).
    b) ordinario: comune o ‘non-solenne’ quanto al modo di insegnareQuanto alla sostanza della verità proposta è infallibile solo se il Papa vuole definire e obbligare a credere come divinamente rivelato ciò che insegna, in maniera ordinaria, ‘non-solenne’ o comune; oppure se enuncia una verità di fede o di morale costantemente e universalmente tenuta nella Chiesa (p. es. Giovanni Paolo II sull’inammissibilità del sacerdozio femminile e Paolo VI sulla contraccezione). 
  2. universale: dei Vescovi assieme al Papa;
    c) straordinario: Papa e vescovi uniti fisicamente nello stesso luogo (in Concilio Ecumenico a Firenze, Trento o Roma), insegnano solennemente o in maniera ‘non-comune’quanto al modo (essendo uniti eccezionalmente nello stesso luogo e non sparsi abitualmentenel mondo). È infallibile, quanto alla sostanza della verità insegnata, se vuole definire e obbligare a credere come divinamente rivelata una dottrina per la salvezza eterna.
    d) ordinario: insegnamento comune, ‘non-solenne’ dei Vescovi abitualmente sparsifisicamente nel mondo nelle loro rispettive Diocesi, ma uniti intenzionalmente al Papa nel proporre un insegnamento. È infallibile se tale insegnamento è impartito, quanto alla sostanza della verità proposta, come definitivo e obbligatorio a credersi per la salvezza dell’anima
* Il Magistero conciliare è straordinario, ma non è sempre infallibile 

Il Concilio è Magistero straordinario ‘quanto al modo’, nel senso che non è abitualmente o permanentemente riunito, ma straordinariamente o solennemente; tuttavia il suo insegnamento è infallibile soltanto se definisce una verità di Fede come da credersi obbligatoriamente. Quindi il Magistero sia ordinario che straordinario è infallibile solo se ha la ‘volontà di definire e obbligare a credere’. In breve per esercitare l’infallibilità l’essenziale è obbligare i fedeli a credere come divinamente rivelato ciò che si definisce, sia in ‘maniera ordinaria’ sia in ‘maniera solenne o straordinaria’ (il modo è elemento accidentale dell’infallibilità). La forma esterna solenne o straordinaria ‘quanto al modo’ di pronunciarsi non è per sé indice di infallibilità; l’essenziale è imporre ‘quanto alla sostanza’, in ‘maniera ordinaria o straordinaria’, la dottrina annunziata definitivamente e obbligatoriamente per la salvezza. Onde non tutto ciò che è Magistero straordinario quanto alla forma esterna e ‘non comune’ o ‘non ordinaria’ di pronunciarsi con formule solenni è infallibile. Per esempio il Concilio Ecumenico Vaticano II è Magisterostraordinario quanto al modo ma non infallibile, poiché non ha voluto definire né obbligare a credere

 * Le quattro condizioni dell’infallibilità 

La costituzione ‘Pastor Aeternus’ del CONCILIO VATICANO I stabilisce le condizioni necessarie per l’infallibilità delle definizioni pontificie straordinarie o ordinarie[11]. Essa insegna che il Papa è infallibile «quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la Fede ed i Costumi, che deve tenersi da tutta la Chiesa» . I teologi sono unanimi nel vedervi la soluzione del problema delle condizioni dell’infallibilità pontificia[ii]. Pertanto; le condizioni necessarie perché si abbia un pronunciamento infallibile del Magistero pontificio straordinario o ordinario sono quattro:
  1. che il Papa parli come Dottore e Pastore universale; 
  2. che usi della pienezza della sua autorità apostolica; 
  3. che manifesti chiaramente la volontà di definire e di obbligare a credere; 
  4. che tratti di fede o di morale. 
 * La ‘voluntas definiendi’ 
  1. Il Papa 
    Il punto cruciale del problema è nella terza condizione, e cioè che vi sia intenzione di definire ed obbligare a credere. Come si manifesta questa intenzione? È fondamentale che sia chiaro, in un modo o nell’altro, che il Papa vuole definire (in maniera ‘ordinaria’ o ‘straordinaria’) una verità da credere obbligatoriamente in quanto divinamente rivelata. 
  2. Il Concilio Ecumenico
    Il CONCILIO VATICANO I non ha dichiarato in che condizioni un Concilio ecumenico è infallibile. Ma, per analogia con il Magistero pontificio, si può affermare che le condizioni sono le stesse. Come il Papa, anche il Concilio ha la facoltà di essere infallibile, ma può usarne o no, a sua volontà. Molti cattolici male informati potrebbero a questo punto obiettarci di avere sempre sentito dire che ogni Concilio ecumenico è necessariamente infallibile. Questo non è però quanto dicono i teologi: “a posse ad esse non valet illatio”, ossia “il passaggio da poter essere infallibilmente assistito ed esserlo de facto non è valido”. SAN ROBERTO BELLARMINO afferma che solo dalle parole del Concilio si può sapere se i suoi decreti sono proposti come infallibili e conclude che, quando le espressioni al riguardo non sono chiare, non è certo che la dottrina enunciata sia di Fede[iii] . E, se non è certo, non c’è neppure l’obbligo di credere, perché, secondo il CODICE DI DIRITTO CANONICO, «nessuna verità deve essere considerata come dichiarata o definita come da credere, a meno che questo consti in modo manifesto»[iv] . 
* Anche la costanza dell’insegnamento lo rende infallibile 

Padre J. A. ALDAMA scrive: «Benché il Magistero ordinario del Pontefice Romano non sia di per sé infallibile, se però [anche senza manifestare la voluntas definiendi] insegna costantemente e per un lungo periodo di tempo una certa dottrina a tutta la Chiesa, si deve assolutamente ammettere la sua infallibilità; in caso contrario, la Chiesa indurrebbe in errore»[v]. In questo caso ci troviamo di fronte all’infallibilità del Magistero ordinario per la continuità di uno stesso insegnamento. Il fondamento dottrinale di quest’infallibilità è quello indicato dal padre Aldama: se in una lunga e ininterrotta serie di documenti ordinari su uno stesso punto i Papi e la Chiesa universale potessero ingannarsi, le porte dell’inferno avrebbero prevalso contro la Sposa di Cristo. Essa si sarebbe trasformata in maestra di errori, alla cui influenza pericolosa e perfino nefasta i fedeli non avrebbero modo di sfuggire. Evidentemente il fattore tempo non è l’unico di cui si debba tenere conto. Ve ne sono numerosi altri. Secondo la classica formula di SAN VINCENZO DI LERINO, dobbiamo credere a quanto è stato insegnato ‘sempre, ovunque e da tutti’, «quod semper, quod ubique, quod ab omnibus». Infatti l’assistenza dello Spirito Santo sarebbe manchevole se una dottrina insegnata “sempre, ovunque e da tutti” potesse essere falsa. 

PIO IX nella Lettera “Tuas libenter” del 21 dicembre 1863 insegna: «qualora si trattasse della sottomissione dovuta alla Fede divina, non la si potrebbe restringere ai soli punti definiti condecreti emanati dai Concili Ecumenici, o dai Romani Pontefici; ma bisognerebbe anche estenderla a tutto ciò che è trasmesso, come divinamente rivelato, dal Magistero ordinario universale di tutta la Chiesa sparsa nell’universo». Tuttavia è necessario non intendere l’adagio in senso esclusivo, cioè come se l’infallibilità per la continuità di uno stesso insegnamento esistesse soltanto quando si verificassero queste tre condizioni[vi]. Vi può essere anche solo con la voluntas definiendi in maniera ordinaria. 

* Vaticano II e infallibilità 

Il Concilio Vaticano II ha usato la prerogativa della infallibilità? La risposta è semplice e categorica: no. In nessuna occasione i Padri conciliari hanno avuto la voluntas definiendi et obligandi, cioè in nessuna occasione hanno osservato la terza condizione d’infallibilità sopra indicata. Solo dove ha ripetuto ciò che la Chiesa aveva insegnato costantemente e infallibilmente il Vaticano II è stato infallibile de facto. Già nella fase preparatoria del Concilio GIOVANNI XXIII aveva dichiarato che esso non avrebbe definito verità da credere, ma avrebbe avuto soltanto un carattere pastorale. Si veda inoltre in proposito la “DICHIARAZIONE DEL 6 MARZO 1964 DELLA COMMISSIONE DOTTRINALE”[vii]. Questa dichiarazione ha un’enorme importanza, non solo per essere stata ripetuta posteriormente dalla stessa commissione[viii] , e applicata ufficialmente a più di uno schema[ix], ma soprattutto perché PAOLO VI l’ha indicata come norma di interpretazione di tutto il Concilio[x] . 

* Possibilità ‘eccezionale’ di errore in atti del Magistero 

Possiamo dire che il semplice fatto secondo cui i documenti del Magistero si dividono in infallibili e in ‘non infallibili’ lascia aperta, in tesi, la possibilità di errore in qualcuno di quelli ‘non infallibili’, i quali per definizione possono eccezionalmente “fallire” essendo ‘non-infallibili’. Questa conclusione si impone in base al principio metafisico enunciato da SAN TOMMASO D’AQUINO: «quod possibile est non esse, quandoque non est», ossia «ciò che può non essere [infallibile], talora non è [infallibile]»[xi]. Se, in via di principio, in un documento pontificiovi può essere errore per il fatto che non vi sono osservate le quattro condizioni dell’infallibilità, lo stesso si deve dire a proposito dei documenti conciliari, quando non osservino le stesse condizioni. In altri termini, quando un Concilio non intende definire con voluntas obligandi verità di Fede come divinamente rivelate, a rigore può cadere eccezionalmente in errore. Questa conclusione deriva dalla simmetria esistente tra la infallibilità pontificia e quella della Chiesa messa in evidenza dallo stesso Concilio Vaticano I[xii] .

i) DB, 1839.
ii) Cfr. F. DIEKAMP, Theologiae Dogmaticae Manuale, Desclée, Parigi-Tours-Roma, 1933, vol. I, p. 71; L. BILLOT, Tractatus de Ecclesia Christi, Iochetti, Prato, 1909, tomo I, pp. 639 ss.; L. CHOUPIN, Valeur des décisions doctrianales et dísciplinaires du Saint-Siège, Beauchesne, Parigi, 1928, p. 6; J. M. HERVÉ, Manuale Theologiae Dogmaticae, Berche, Parigi, 1952, vol. I, pp. 473 ss.; C. JOURNET, op. cit., vol. I, p. 569; P. NAU, El magisterio pontificio ordinario, lugar teologico, cit., p. 43; I. SALAVERRI., op. cit., p. 697; S. CARTECHINI., op. cit., p. 40.
iii) Cfr. R. BELLARMINO, De Conciliis, 2, 12, in Opera omnia, Natale Battezzati, Milano, 1858, vol. II.
iv) Codex Iurís Canonici (1917), can. 1323, § 2. Nello stesso senso, cfr. S. CARTECHINI, op. cit., p. 26.
v) J. A. DE ALDAMA, Mariologia, in Sacrae Theologiae Summa, BAC, Madrid, 1961, vol. III, p.418.
vi) Cfr. F. DIEKAMP, op. cit. p. 68.
vii) Cfr. L’Osservatore Romano, edizione in francese, 18-12-1964, p. 10.
viii) ibidem.
ix) Cfr. L’Osservatore Romano, edizione in francese, 26-11-1965, p. 3.
x) Cfr. PAOLO VI, Discorso del 12-l-1966, in Insegnamenti di Paolo VI, cit., vol VI, Roma, 1967, p. 700. 

* La sospensione dell’assenso ad un atto magisteriale difforme dalla Tradizione apostolica è lecita in alcuni casi eccezionali 
Fuori dell’infallibilità quando vi sia «un’opposizione precisa tra il testo di enciclica e le altre testimonianze della Tradizione apostolica»[xiii], allora sarà lecito al fedele dotto e che abbia studiato accuratamente la questione, sospendere o negare il suo assenso al documento papale. Questa dottrina si trova in teologi più autorevoli. Ne citiamo alcuni.
Padre DIEKAMP: «Gli atti non infallibili del Magistero del Romano Pontefice non obbligano a credere e non postulano una sottomissione assoluta e definitiva. Tuttavia bisogna aderire con un assenso religioso e interno a tali decisioni, dal momento che costituiscono atti del supremo Magistero della Chiesa, e che si fondano su solide ragioni naturali e soprannaturali. L’obbligo di aderire ad esse può cominciare a cessare solo nel caso, che si dà soltanto rarissimamente, in cui un uomo idoneo a giudicare l’argomento in questione, dopo una diligente e ripetuta analisi di tutte le ragioni, giunga alla convinzione che nella decisione si è introdotto l’errore»[xiv]  .
Padre MERKELBACH: «Finché la Chiesa non insegna con autorità infallibile, la dottrina proposta non è di per sé irreformabile; perciò se per accidens, ossia eccezionalmente, in un’ipotesi per altro rarissima, dopo un esame assai accurato a qualcuno sembra che esistano ragioni gravissime contro la dottrina così proposta, sarà lecito senza temerarietà ‘sospendere l’assenso interno’»[xv]. La «sospensione dell’assenso interno», di cui parlano i teologi, ha maggiore ampiezza della semplice «sospensione del giudizio» del linguaggio corrente. Infatti, a seconda del caso, il diritto di «sospendere l’assenso interno›› comporterà, oltre al non giudicare, il diritto di temere che vi sia errore nel documento del Magistero, o quello di dubitare dell’insegnamento in esso contenuto, o anche quello di respingerlo

Da tutto quanto esposto si deduce che, in via di principio, l’esistenza di errori in documenti ‘non infallibili’ del Magistero anche pontificio e conciliare non ripugna. Indubbiamente tali errori non possono essere durevolmente e costantemente proposti nella Santa Chiesa, al punto da mettere le anime nel dilemma di accettare l’insegnamento falso oppure di rompere con la Chiesa. Tuttavia è possibile, in via di principio ed eccezionalmente, che per qualche tempo, soprattutto in periodi di crisi e di grandi eresie, si trovi qualche errore in documenti del Magistero. Facciamo queste osservazioni senza alcun obbiettivo demolitore del Magistero. Non miriamo, cioè, a fondare le «contestazioni» ereticali con cui i progressisti o i conciliaristi gallicani cercano, in ogni momento, di scuotere il principio di autorità papale nella Chiesa. Quello a cui miriamo, richiamando la possibilità di errore in documenti magisteriali non infallibili è offrire un aiuto per illuminare i problemi di coscienza e gli studi di molti antiprogressisti di fronte alle novità introdotte dal Vaticano II e dal post-concilio, perché essi, per il fatto d’ignorare tale possibilità, si trovano spesso in condizione di perplessità per quanto riguarda il Concilio Vaticano II e le riforme da esso scaturite.

* Rapporto tra Tradizione e Magistero 

La Tradizione assieme alla Bibbia è una delle due “fonti” della divina Rivelazione(Tradizione passiva e oggettiva). Essa è anche la “trasmissione” (dal latino tradere, trasmettere) orale di tutte le verità rivelate da Cristo agli Apostoli o suggerite loro dallo Spirito Santo, e giunte a noi mediante il Magistero sempre vivo della Chiesa, assistita da Dio sino alla fine del mondo (Tradizione passiva e oggettiva). La Tradizione assieme alla S. Scrittura è il “canale contenitore(Tradizione passiva) e veicolo trasmettitore (Tradizione attiva)” della Parola divinamente rivelata. Il Magistero ecclesiastico è “l’organo” della Tradizione. Mentre gli “strumenti” in cui si è conservata sono i Simboli di fede, gli scritti dei Padri, la liturgia, la pratica della Chiesa, gli Atti dei martiri e i monumenti archeologici. 

 La Tradizione si può considerare sotto due aspetti
  1. in senso attivo (soggettivo o formale), essa è l’organo vivo o il soggetto (persone o istituzioni/Papa e Chiesa) il quale funge da canale di trasmissione; 
  2. in senso passivo (oggettivo o materiale) è l’oggetto o deposito trasmesso (Dottrina e Costumi)[12]. 
La Tradizione di cui ci occupiamo in questo articolo è quella sacra o cristiana e non quella profana. La Tradizione cristiana si divide in 
  1. Tradizione divina (insegnata direttamente da Cristo agli Apostoli);
  2. Tradizione divino-apostolica (gli Apostoli non la ascoltarono dalla bocca di Cristo, ma la ebbero per ispirazione dello Spirito Santo). Essa consiste in quelle verità o precetti morali, disciplinari e liturgici, i quali derivano direttamente da Cristo o dagli Apostoli, in quanto promulgatori della Rivelazione, illuminati dallo Spirito Santo, trasmesse agli uomini incorrotte sino alla fine del mondo, esse sono oggetto di Fede divina.
Tradizione “vivente”? 
I primi ‘Discepoli’ degli Apostoli ricevettero in maniera diretta e immediata la Tradizione dalla bocca dei Dodici, mentre i posteri la ricevono in maniere indiretta e mediata, tramite l’insegnamento dei successori di Pietro (i Papi) e degli Apostoli (i Vescovi) cum Petro et sub Petro, il Magistero è l’organo della trasmissione ininterrotta della medesima eredità ricevuta dagli Apostoli da parte di Cristo o dello Spirito Santo. Questa è la funzione del Magistero: mediare, interpretare e attualizzare o trasmettere l’insegnamento divino, ma sempre agganciandosi alla Tradizione ricevuta e quindi già trasmessa. Non si tratta di far vivere una Fede nuova (“nova”), ma di tramandare e far ricevere o rivivere continuamente e nuovamente (“nove”) l’unica Fede predicata da Cristo e dagli Apostoli, sino alla fine del mondo. Tale funzione non contiene e non propone nessuna novità sostanziale, ma solo ribadisce in maniera nuova e approfondita o esplicitata la stessa verità contenuta nella Scrittura e nella Tradizione. Da questa trasmissione della Fede è totalmente assente ogni ombra di contraddizione tra verità antiche e nuove e lo sviluppo o approfondimento deve avvenire “nello stesso senso e nello stesso significato” (S. VINCENZO DA LERINO, Commonitorium, XXIII). Solo in tale senso si può parlare anche di Tradizione “viva”, non in quanto “cangiante”, ma “omogeneamente crescente”[13]. Non vi è Tradizione, non sussiste verità cattolica dove si trova contraddizione, contrarietà o concorrenza tra “nova et vetera”. Il card. PIETRO PARENTE su L’Osservatore Romano del 9-10 febbraio 1942 già scriveva: «c’è da deplorare [...] la strana identificazione della Tradizione (fonte della Rivelazione) col Magistero vivo della Chiesa (custode ed interprete della divina Parola)». In breve vi è una distinzione tra Tradizione e Magistero nel senso che il secondo custodisce, spiega e propone a credere le verità contenute nella Tradizione ed è molto pericoloso identificare la Tradizione col Magistero vivente, perché si finisce col dare alla prima un carattere intrinsecamente evolutivo o al contrario relativizzare talmente il Magistero rispetto alla Tradizione sino a minimizzarlo o quasi annichilarlo. Sono i due errori, per eccesso e per difetto, che si riaffacciano oggi.

 * Ermeneutica della continuità 

La continuità tra due dottrine per essere reale e non solo verbale deve comportare una continuità omogenea, che esclude ogni alterazione sostanziale o intrinseca, ogni diversità o novità eterogenea, anche solo parziale. Il Magistero è vivente in quanto ad un Papa morto ne segue uno vivo e in atto sino alla consumazione del mondo; invece, per quanto riguarda la Tradizione, bisogna fare attenzione a non parlare di Tradizione vivente se non si esplicita il vero e unico significato di tale vitalità, come condizionata dalla continuità con la dottrina ricevuta dagli Apostoli e trasmessa senza alterazioni sostanziali. La Tradizione è immutabile (da non confondere con mummificazione) come la verità divina (“Ego sum Dominus et non mutor”), che il Magistero ha ricevuto da Gesù e dagli Apostoli e che ripropone in quanto tale intrinsecamente ed è approfondita solo estrinsecamente, per rendere più esplicita una verità o per superare e confutare gli errori ad essa contrapposti[14]. La Tradizione è veramente viva solo se mantiene la sua natura come un bambino che cresce restando sempre se stesso. La Tradizione “vivente” in senso modernistico, quale evoluzione eterogenea ed intrinseca di essa, è una conciliazione dell’inconciliabile, un assurdo, una contraddizione. Il Magistero per essere in continuità con la Tradizione deve “trasmettere ciò che ha ricevuto” (“tradidi quod et accepi”) dagli Apostoli, senza novità sostanziali, intrinseche ed eterogenee; altrimenti non vi è continuità, ma difformità e deformità reale anche se nominalmente ci si richiama alla “Tradizione” vivente, deformandone, così, il significato, sottolineando l’aggettivo “vivente” a scapito della Tradizione.

* Tradizione scritta e orale 

La Tradizione orale non esclude che venga poi messa per iscritto, ma non sotto la “divina Ispirazione”[15], che appartiene alla S. Scrittura, in quanto, col passare del tempo, la trasmissione a voce viene fissata in documenti scritti o epigrafi. Per esempio la validità del Battesimo dei neonati è Tradizione, poiché è parola di Dio non scritta sotto divina ispirazione, ma attestata unanimemente da quasi tutti gli antichi scrittori ecclesiastici. Tuttavia lo scritto è solo un sussidio della Tradizione orale. Onde vi possono essere Tradizioni o insegnamenti divino-apostolici di cui nulla è stato scritto. Sarà la voce del Pastore o della Chiesa, ossia il Magistero vivente nella persona del Papa attualmente regnante (eventualmente assieme ai Vescovi, se il Papa lo desidera senza esservi obbligato) a garantire che tali verità sono di origine divina o divino-apostolica. Solo in questo senso soggettivo si può parlare di Tradizione “vivente”, in quanto l’insegnamento divino o apostolico, oggetto della Tradizione, viene trasmesso ininterrottamente dalla catena dei Papi vivi.

* Tradizione e S. Scrittura 

Confrontando Tradizione e Scrittura si dice che la Tradizione è 
  1. inesiva”, se la stessa verità è contenuta sia nella Scrittura che nella Tradizione; 
  2. dichiarativa”, se una verità attestata dalla Scrittura viene chiarita meglio dalla Tradizione; 
  3. completiva” se trasmette verità non contenute nella Bibbia, ad esempio la pratica di battezzare i neonati. Perciò è dottrina comunemente insegnata che la Tradizione è più ricca della sola Scrittura. Più ricca in antichità (anche la Scrittura prima di essere messa per iscritto è stata Tradizione, in quanto trasmissione a voce della divina Rivelazione, inpienezza (in quanto la Tradizione contiene tutte le verità rivelate mentre la Scrittura no) e insufficienza (poiché la Scrittura ha bisogno della Tradizione per stabilire la sua autorità).[16]
* Errore luterano
Per il protestantesimo, invece, l’unica fonte della Rivelazione è la S. Scrittura, onde la sola nozione di Tradizione orale e di Magistero quale canale trasmettitore di essa è inconcepibile. Invece la Chiesa ha definito infallibilmente nel Concilio di Trento (sessione IV del 6 aprile 1546; DB, 783) e nel Concilio Vaticano I (DB, 1787) 
  1. che esistono insegnamenti o Tradizioni divino-apostoliche aventi relazione con la Fede e la Morale 
  2. trasmesse ininterrottamente tramite il Magistero della Chiesa 
  3. assistita da Dio. 
Se manca una sola di queste tre condizioni la “tradizione” è solo umana e quindi fallibile. Inoltre il Tridentino ha definito (sessione IV; DB, 783) che la Fede e la Morale “è contenuta tanto nei Libri Sacri scritti [sotto divina Ispirazione], quanto nella Tradizione non scritta” e che bisogna “ricevere con pari amore di pietà e riverenza” sia l’una che l’altra fonte della Rivelazione (DB, 738; ripreso dal Vaticano I; DB, 1787). Per l’ortodossismo scismatico esiste la ‘sola Tradizione’, senza il Magistero petrino divinamente assistito, che la interpreta correttamente.

* Esistenza della Tradizione nella Bibbia 

L’errore luterano è smentito dalla stessa Scrittura: “Andate, dunque, ammaestrate tutte le genti […] insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato” (Mt. XXVIII, 19-20). Gesù non ha scritto nulla né ha comandato di scrivere, ma di insegnare; perciò, gli Apostoli hanno prima predicato e solo dopo hanno messo per iscritto parte dell’insegnamento orale di Cristo. 

 a) La Tradizione e i Padri 
Col III secolo (PAPIA + 130; S. CLEMENTE ROMANO + 101; S. IRENEO DA LIONE + 202 e TERTULLIANO + 222) i Padri ecclesiastici iniziarono a distinguere nettamente S. Scrittura e Tradizione come due fonti distinte della Rivelazione, dando una certa preferenza alla Tradizione. Nel IV-V secolo con i Cappadoci in oriente (S. BASILIO + 379, S. GREGORIO NAZIANZENO + 390 e NISSENO + 394) e S. AGOSTINO (+ 430) in occidente si approfondì il significato di Tradizione specialmente in rapporto ai suoi organi di trasmissione (Papi, Concili, Padri ecclesiastici). S. VINCENZO DA LERINO, infine, ha formulato la regola più nota e comune per discernere la Tradizione divino-apostolica: “Quod ubique [universalità], quod semper [antichità], quod ab omnibus [conenso generale] creditum est” (Commonitorium, II). Questa regola è stata fatta propria dal Concilio Vaticano I. 

 b) Tradizione, Assistenza divina e Magistero 
Come si vede, sia nella Scrittura che nei Padri il concetto di Tradizione è sempre collegato 
  1. all’Assistenza di Dio, poiché senza l’aiuto dello Spirito di Verità la purezza dell’insegnamento orale non potrebbe conservarsi senza mescolanza di errori; 
  2. al Magistero, che, pur non essendo la Tradizione stessa, è l’organo tramite il quale essa viene trasmessa, il senso pieno di Tradizione si può avere solo a condizione di tenere uniti i due suoi aspetti: l’aspetto passivo, che è il Deposito della Fede, e l’aspetto attivo che coincide con il Magistero. Il secondo aspetto è il più importante, così che una “tradizione”, anche se del I secolo, ma non attestata dal Magistero della Chiesa non costituisce una ‘vera’ Tradizione divino-apostolica; al massimo avrebbe il valore di documentazione storica, ma non sarebbe una Tradizione di Fede divina. Tra Magistero e Tradizione vi è distinzione ma non separazione totale, ossia la Chiesa è come un Maestro (Magistero) che contiene e trasmette la Scrittura (Bibbia) e la Tradizione (Denzinger), il quale ha un Libro di testo ufficiale (Bibbia + Denzinger) e ne spiega il vero significato ai discenti; se un allievo non capisce bene il significato del Libro può chiedere spiegazione al Maestro ed egli lo illuminerà. Da tutto ciò risulta la parte essenziale e non minimale o addirittura contingente, che svolge il Magistero nel dare, “tutti i giorni sino alla fine del mondo”, la retta interpretazione soggettivo/formale del contenuto dommatico-morale della Tradizione, avendone garantito ieri la veridicità del contenuto passivo o oggettivo/materiale . 
* Riassumendo 

Il Magistero custodisce, interpreta e spiega realmente la Parola di Dio scritta o orale (“Verbum Dei scriptum vel traditum”). Quindi questi tre termini non sono identici. Il Magistero non è fonte di Rivelazione, la Scrittura e Tradizione sì. Perciò il Magistero presuppone le due fonti della Rivelazione, le custodisce e le spiega, onde in senso stretto non coincide con la Tradizione. Tuttavia se si considera il Magistero nei suoi documenti o oggettivamente, allora si può dire che in essi si ritrova la fonte o luogo in cui vi è la Rivelazione .  

Il Magistero è assistito da Dio. Tuttavia quest’assistenza non è assoluta, ma limitata alla trasmissione della Rivelazione. Dunque, lungi dal costituire la dottrina o la Verità divina, l’atto del Magistero la conserva e la dichiara: il Magistero si definisce come tale in dipendenza oggettiva dalla Rivelazione divina, di cui deve assicurare la trasmissione. 

L’assistenza è data al Papa perché egli possa preservare la Fede della Chiesa. Se si perde di vista il giusto rapporto che fa dipendere il Magistero dalla Tradizione oggettiva, il Dio rivelatore rischia di passare in secondo piano a vantaggio del Magistero custode ed interprete, ossia il Creatore cederebbe il passo alla creatura, il Fine al mezzo. 
 sì sì no no
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1) Brunero Gherardini, Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Id., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011.
2)  Per esempio una verità divinamente e ‘formalmente rivelata’ è una Verità di Fede o di Fede-rivelata o Dogma materiale, se poi la Chiesa ha definito che tale verità è rivelata e obbliga a crederlo è una Verità di Fede rivelata e definita, o Dogma formale oppure di Fede divino-cattolica o anche di Fede divino-definita, la loro negazione è ‘eresia’. Una verità non ancora definita è Prossima alla Fede, la sua negazione è ‘prossima all’eresia’. Invece ciò che è ‘virtualmente rivelato’, ossia deducibile tramite sillogismo da una Maggiore di Fede, è una Conclusione teologica, la sua impugnazione è un ‘errore teologico’.
3) Compendio di Apologetica, tr. it. Torino, Marietti, 1960, p. 461.
4) Cfr. Cipriano Vagaggini, voce “Dogma”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, col. 1792-1804; Giacinto Ameri, voce “Definizione dogmatica”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 1306-1307.
5) Cfr. G. Zannoni, voce “Eresia”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. V, coll. 487-492.
6) Per es. Giovanni Paolo II sulla impossibilità del sacerdozio femminile; oppure i Vescovi sparsi nel mondo assieme al Papa. Per es. Pio XII che chiede ai Vescovi di tutto il mondo se reputano rivelata e definibile l’Assunzione di Maria SS. in Cielo.
7) Per esempio Pio IX, che definisce da solo l’Immacolata Concezione o il Concilio Vaticano I, che definisce l’Infallibilità pontificia.
8) «Sono da credersi di fede divino-cattolica tutte le cose che sono contenute nella Parola di Dio scritta o tramandata e che sono proposte a credere dalla Chiesa, sia con Giudizio solenne sia col Magistero ordinario, come divinamente rivelate».
9) Cfr. Federico dell’Immacolata, voce “Infallibilità”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1951, vol. VI, coll. 1920-1924.
10) Cfr. M. Cordovani, voce “Chiesa”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1949, vol. III, coll. 1443-1466; Antonio Piolanti, voce “Primato di San Pietro e del Romano Pontefice”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1953, vol. X, coll. 6-19; Giuseppe Damizia, voce “Concilio”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 167-172.
11) Il Concilio Vaticano I, sess. III, c. 3, DB, 1792 insegna infallibilmente: “Sono da credersi di fede divino-cattolica tutte le cose che sono contenute nella Parola di Dio scritta o tramandata e che sono proposte a credere dalla Chiesa come divinamente rivelate [elemento essenziale], sia con giudizio solenne sia col Magistero ordinario [elemento accidentale modale]”. Come si vede il Magistero ordinario consta di un giudizio non solenne ‘quanto al modo’ di esprimersi, ma se manifesta lavoluntas definiendi anche in maniera ordinaria, comune o non solenne, è egualmente infallibile.
12) Cfr. G. Mattiussi, L’immutabilità del dogma, in “La Scuola cattolica”, marzo 1903.
13) Cfr. A. Marìn Sola, L’evolution homogène du dogme, Friburgo, 1924.
14) S. Th., II-II, q. 1, a. 9, ad 2.
15) Impulso o mozione divina che spinge l’agiografo a scrivere quanto Dio vuole che sia comunicato. S. Paolo scrive che “tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (II Tim. III, 16-17). Leone XIII nell’enciclica Providentissimus del 1893 ha definito così la ispirazione agiografica biblica o divina: “azione soprannaturale tramite la quale Dio eccitò e mosse gli scrittori sacri a scrivere, li assistette nello scrivere di modo che essi concepissero rettamente col pensiero, volessero fedelmente scrivere ed esprimessero correttamente con infallibile verità tutto quello che Egli voleva che esprimessero”. Dio è l’autore principale del Libro sacro; l’agiografo l’autore secondario e strumentale, ma cosciente e libero, per cui Dio 1°) illumina la mente dell’agiografo per fargli capire perfettamente ciò che deve scrivere e discernerne infallibilmente la verità dalla falsità; 2°) muove la volontà dell’agiografo perché si decida a scrivere quel che ha capito e giudicato vero; 3°) assiste le facoltà esecutive affinché nella scelta delle parole non vi siano errori o deviazioni che comprometterebbero la manifestazione del pensiero divino. (Cfr. Ch. Pesch, De Inspiratione Scripturae, Friburgo, 1906; E. Florit, Ispirazione biblica, Roma, 1951).
16) M. Cano, De locis theologicis lib XII, Venezia, 1799, p. 4.
17) Cfr. J. B. Franzelin, De divina traditione et Scriptura., Roma, 1870; L. Billot, De immutabilitate traditionis, Roma, 1904; S. G. Van Noort, Tractatus de fontibus Revelationis necnon de fide divina, 3a ed., Bussum, 1920; S. Cipriani, Le fonti della Rivelazione, Firenze, 1953; A. Michel, voce “Tradition”, in DThC, XV, coll., 1252-1350; G. Filograssi, La Tradizione divino-apostolica e il magistero ecclesiastico, in “La Civiltà Cattolica”, 1951, III, pp. 137-501; G. Proulx, Tradition et Protestantisme, Parigi, 1924; S. Tommaso d’Aquino, S. Th., III, q. 64, a. 2, ad 2; B. Gherardini,Divinitas 1, 2, 3/ 2010, Città del Vaticano, S. Cartechini, Dall’opinione al domma, Roma, Civiltà Cattolica, 1953, M. Schmaus, tr. it., La Chiesa, Casale Monferrato, Marietti, 1973. Cfr. J. Salaverri,De Ecclesia Christi, Madrid, BAC, 1958, n° 805 ss.

sì sì no no’  "Chiesa e post concilio"