sabato 3 agosto 2013

IDEE CHIARE SUL MAGISTERO 2

IDEE CHIARE SUL MAGISTERO (2) - Attualità della questione: Tradizione/Magistero



*Attualità della questione: Tradizione/Magistero
Recentemente sono apparsi articoli e libri, che, per difendere la Tradizione e la Chiesa, o hanno esagerato la portata del Magistero, facendone un Assoluto oppure lo hanno minimizzato e quasi annichilito, negandone la funzione di interpretare la Tradizione e la S. Scrittura. Onde evitare gli errori per eccesso (che assolutizza il Magistero) e per difetto (che minimizza la sua realtà) riassumiamo sull’argomento quanto ha scritto in passato[1]  e recentemente mons. BRUNERO GHERARDINI (vedi) e quanto si trova nei migliori manuali di ecclesiologia.
Occorre evitare la premessa erronea che fa del Magistero un Assoluto e non un ‘ente creato’, un Fine e non un mezzo, un Soggetto indipendente (absolutus = sciolto) da tutto e da tutti. Niente al mondo ha la dote dell’Assoluto. La Chiesa non fa eccezione, non la sua Tradizione, non il suo Magistero e neppure la Gerarchia, Papa compreso. Si tratta di realtà sublimi, ai vertici della scala di tutti i valori creaturali, ma sempre di realtà penultime, finite, create dipendenti da Dio, l’unica realtà ultima o assoluta, infinita ed increata. 

Sulla Tradizione la Chiesa esercita un discernimento che distingue l’autentico dal non autenticoLo fa mediante uno strumento che è il Magistero. Il Magistero è un ‘servizio’, ma è anche un ‘compito’, un munus, appunto il munus docendi, che non può né deve sovrapporsi alla Chiesa, dalla quale e per la quale esso nasce ed opera. Dal punto di vista soggettivo, il Magistero coincide con la Chiesa docente Papa e Vescovi in unione col Papa. Dal punto di vista operativo, il Magistero è lo strumento mediante il quale viene svolta la funzione di proporre agli uomini la divina Rivelazione con autorità.

Troppo spesso, però, si fa di questo strumento un valore a sé (absolutus) e si fa appello ad esso per troncare sul nascere ogni discussione, come se il Magistero fosse al di sopra della Chiesa e come se davanti a sé non avesse la mole enorme della Tradizione da accoglier interpretare e ritrasmettere nella sua integrità e fedeltà. 

Il procedimento sbrigativo oggi invalso è più o meno il seguente: Cristo promise agli Apostoli, e quindi ai loro successori, vale a dire alla Chiesa docente, l’invio dello Spirito Santo e la sua assistenza per un esercizio nella verità del munus docendi e dunque l’errore è scongiurato in partenza, senza condizioni, le quali invece sono richieste e definite dal Concilio Vaticano I, come vedremo oltre. Un altro procedimento più che sbrigativo consiste nel negare al Magistero ognimunus docendi et interpretandi le due fonti della Rivelazione (Tradizione e S. Scrittura).

 * Il metodo della Sacra Teologia 

In Teologia innanzitutto si enuncia la “Tesi, per esempio “Il Papa è infallibile”. Poi si espone lo “Status Quaestionis, ossia il significato di ogni parola della Tesi esposta, nel caso nostro cosa significa ‘Papa’ e cosa si intende per ‘infallibilità’. Inoltre si trattano le varie ‘Opinioni’ e gli ‘Errori’ eventuali che sono sorti nel corso dei secoli a riguardo della Tesi. Quindi viene data una “Nota Teologica che determini il grado di certezza di cui gode la Tesi[2]. Infine si delucida teologicamente la Tesi alla luce della Dottrina della Chiesa (Simboli di Fede, laTradizione, il Magistero ecclesiastico, la S. Scrittura, I Padri della Chiesa), e, per ultimo si approfondisce la Tesi speculativamente o se ne dà la “Ragione teologica” (“Fides queaerens intellectum”), tramite un sillogismo la cui premessa ‘minore’ va dimostrata con un altro sillogismo. 

Come si vede il metodo classico della Teologia dogmatica privilegia la dottrina della Chiesala quale attraverso il suo Magistero interpreta la Tradizione e la S. Scrittura. Perciò il primo elemento per provare la Tesi è il Magistero, poiché la Chiesa ha ricevuto da Cristo il mandato di insegnare e dare l’esatta interpretazione delle cose predicate da Lui, trasmesse agli Apostoli o messe per iscritto nei Libri Sacri. Quindi il Magistero si basa essenzialmente sulla S. Scrittura e la Tradizione apostolica per ottemperare il mandato conferito alla Chiesa da Cristo. La Rivelazione divina fu affidata all’interpretazione, alla custodia, alla diffusione e alla difesa del Magistero della Chiesa, che è fondata su Pietro e i suoi successori: i romani Pontefici. Tramite il Magistero ecclesiastico la Rivelazione viene trasmessa. Infatti il Magistero della Chiesa è lo strumento di cui Cristo si serve per trasmettere la sua Rivelazione inalterata, ogni giorno, sino alla fine del mondo. Attenzione! La Ragione teologica non fonda la Verità rivelata, che è oltre la ragione, ma ne sviscera la convenienza, ne tira le conclusioni, ne approfondisce il significato e confuta coloro che la impugnano.

DOPO IL CONCILIO VATICANO II la metodologia della Teologia dogmatica è cambiata, si parte dalla Scrittura, dalla quale si origina la Tesi. Il tutto “in lumine Fidei et sub Ecclesiae Magisterii ductu; alla luce della Fede e sotto la direzione del Magistero della Chiesa” (Optatam totius, § 16/a). Quindi anche col Concilio Vaticano II e dopo il Concilio ciò che garantisce la luce della Fede è la direzione del Magistero. Però mentre prima del Vaticano II la Scrittura veniva dopo il Magistero e alla luce del Magistero, a partire dal Vaticano II si è posto in secondo luogo il Magistero e in primo luogo la Scrittura ed inoltre si tende a far coincidere Tradizione e Magistero con la Scrittura, surclassando la dottrina della “due Fonti” della Rivelazione (Tradizione e Scrittura), per ridurre tutto alla Scrittura che contiene Tradizione e Magistero, come se fossero una sola cosa. Per cui difendere la Tradizione annichilando o diminuendo al minimo il valore del Magistero è erroneo. È un paradosso che per fare l’apologia della Tradizione si minimizzi il Magistero quasi distruggendolo, ancor più di quanto non abbia fatto il Vaticano II. * Il Magistero della Chiesa 

Il Magistero si divide in Solenne e Ordinario. Quello Solenne si suddivide in Conciliare e Pontificio; quello Ordinario in Universale o Papale. 

MAGISTERO SOLENNE STRAORDINARIO CONCILIARE è l’insegnamento di “tutti” (totalità morale non matematica o assoluta) i Vescovi del mondo riuniti fisicamente – in maniera non abituale o non permanente e non stabile e quindi “stra-ordinaria” – in Concilio Ecumenico sotto il Papa.
MAGISTERO SOLENNE PERSONALE PONTIFICIO: il Papa che in quanto Papa (o seduto sulla cattedra di Pietro, “ex cathedra Petri”) definisce come divinamente rivelata una dottrina riguardante la Fede e la Morale ed obbliga a crederla come assolutamente necessaria alla salvezza.
Il Magistero Ordinario si divide in Universale o Pontificio. Innanzitutto ORDINARIO significa che quanto al modo di esercizio è comune, non è solenne, non è eccezionale o extra-ordinario, ma è solo normale, abituale. Quindi non è l’insieme dei Vescovi riuniti stra-ordinariamente in Concilio sotto il Papa, poiché il Concilio Ecumenico è un avvenimento non ordinario, non abituale, non in pianta stabile, ma eccezionale nel corso della storia della Chiesa (Concilio di Trento, 1563; Concilio Vaticano I, 1870). Non è neppure il Papa che definisce in maniera solenne o straordinaria una verità di Fede, ma in quanto trasmette la Rivelazione, che è contenuta nella Tradizione e nella Scrittura, in maniera non solenne, non cattedratica. Ciò non vuol dire che non sia Magistero vero, autentico, ufficiale, e, persino infallibile se vuole adempiere alle condizioni per essere assistito infallibilmente da Dio, ossia definire e obbligare a credere, anche se in maniera comune, ordinaria o semplice quanto al modo di insegnare. Esso in questo ultimo caso trasmette realmente il Deposito della Rivelazione e in ciò non può errare, pur non impiegando la pompa magna o la forma straordinaria e solenne in tale trasmissione della Rivelazione. 
MAGISTERO ORDINARIO UNIVERSALE: la trasmissione delle verità divinamente rivelate viene fatta dai Vescovi sparsi fisicamente nel mondo ossia residenti nelle loro Diocesi, ma in comunione col Papa e uniti intenzionalmente o in accordo tra loro e con Lui nell’insegnare una verità.
MAGISTERO ORDINARIO PAPALE: la trasmissione viene fatta dal Papa in quanto tale e in maniera ordinaria. Inoltre il Papa è infallibile se da solo definisce ed obbliga a credere ed anche se riprende, ripete ed enuncia una Verità di Fede o Morale, costantemente e universalmente tenuta da tutta la Chiesa (“quod sempre, ubique et ab omnibus creditum est”).
Il teologo tedesco ALBERT LANG spiega bene che «non riveste neppure importanza essenziale il fatto che i Vescovi esercitino il loro Magistero ‘in modo Ordinario e Universale’, oppure esercitino il loro Magistero ‘in modo Solenne’ riuniti in un Concilio Ecumenico convocato dal Papa. In entrambi i casi sono infallibili solo se, in accordo tra di loro e con il Papa, annunziano una dottrina in modo definitivo e obbligatorio»[3]. Ossia, per l’infallibilità il modo di insegnamento ordinario o straordinario è secondario e accidentale; ciò che è principale è la volontà di definire e obbligare a credere una verità di Fede e Morale, sia in maniera solenne sia in maniera comune o ordinaria.
Il Magistero è la ‘regola prossima’ della Fede, mentre Scrittura e Tradizione sono la ‘regola remota’. Infatti, è il Magistero della Chiesa che interpreta la Rivelazione e propone a credere con obbligatorietà, ciò che è contenuto in essa come oggetto di Fede, per la salvezza eterna.
 * Terminologia appropriata 

Il ‘DOGMA’ è una verità rivelata da Dio e contenuta nel Depositum Fidei: Tradizione e S. Scrittura (dogma materiale) e poi proposta a credere come necessaria per la salvezza eterna, quale divinamente rivelata o di fede (dogma formale), dal Magistero ecclesiastico con l’obbligo di credervi (Vaticano I, DB, 1800)[4] . Pertanto chi nega o rifiuta l’assenso a una verità di Fede definita dal Magistero è eretico e incorre ipso facto nella scomunica o anatema.[5]
La ‘DEFINIZIONE DOGMATICA’ è la dichiarazione obbligante della Chiesa su una verità rivelata e proposta obbligatoriamente a credere ai fedeli. Tale definizione può essere fatta sia dalMagistero ordinario (Papa che insegna in maniera ordinaria o non solenne ‘quanto al modo’, ma obbligante ‘quanto alla sostanza’ a credere una verità come rivelata da Dio e definita dalla Chiesa[6]; sia dal Magistero straordinario o solenne quanto al modo (una dichiarazione solenne o ‘extra-ordinaria’ del Papa o del Concilio[7]. Tale definizione dommatica si chiama pure dogma formale o verità di fede divino-cattolica o divino-definita. «Generalmente basta la funzione del Magistero ordinario a costituire una verità di Fede divino-cattolica, vedi Concilio Vaticano I, sess. III, c. 3, DB, 1792 » (P. PARENTE, Dizionario di teologia dommatica, Roma, Studium, 4° ed., 1957, voce “Definizione dommatica”). Attenzione però, se il Magistero ordinario può definire infallibilmente un dogma formale, non significa che esso sia sempre infallibile e che ogni suo pronunciamento sia una definizione dommatica; lo è solo se il Papa vuole definire una verità come di fede rivelata e obbligare a crederla per la salvezza eterna. (Cfr. “Enciclopedia Cattolica”, IV, col. 1792 [8]).
‘L’INFALLIBILITÀ[9] presuppone, infatti, da parte del Magistero la volontà di obbligare, definire, proporre obbligatoriamente a credere come dogma, una verità contenuta nel Deposito della Rivelazione scritta o orale. Per cui il Magistero è la ‘regola prossima’ della fede, mentre Scrittura e Tradizione sono la ‘regola remota’. Infatti, è il Magistero della Chiesa , che interpreta la Rivelazione e propone a credere con obbligatorietà, ciò che è contenuto in essa come oggetto di fede, per la salvezza eterna.
I ‘LUOGHI TEOLOGICI’ sono «la sede di tutti gli argomenti della ‘Scienza Sacra’ a partire dai quali i teologi traggono le loro argomentazioni sia per dimostrare una verità sia per confutare un errore» (M. CANO, De Locis tehologicis, Roma, ed. T. Cucchi, 1900, Lib. 1, cap. 3). Monsignor ANTONIO PIOLANTI scrive: «La Teologia è fondata su Verità rivelate, le quali sono contenute nella Scrittura e nella Tradizione, la cui interpretazione è affidata al vivo Magistero della Chiesa[10], il quale a sua volta si manifesta attraverso le definizioni dei Concili, le decisioni dei Papi, l’insegnamento comune dei Padri e dei Teologi scolastici» (Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed., 1957, p. 246). Perciò erra gravemente chi vuole ridurre il Magistero ad un accidente contingente, nato con la crisi neomodernista alla quale PIO XII avrebbe risposto con l’enciclica Humani generis (1950) lanciando l’idea di Magistero come baluardo contro la nouvelle théologie. No! il Magistero è un Luogo teologico, che interpreta realmente la Scrittura e la Tradizione, altrimenti basterebbero la Bibbia e il Denzinger, mentre Cristo ha detto ai suoi Apostoli: “Andate e insegnate a tutti i popoli” (Mt., XXVIII, 18). Quindi il mezzo stabilito da Cristo per la diffusione della dottrina evangelica non è la sola Scrittura o la sola Tradizione orale, ma il Magistero vivo, cui Egli assicura (a certe condizioni) un’assistenza (infallibile) sino alla fine del mondo. Il cardinal PIETRO PARENTE scrive che il Magistero è perciò: “il potere conferito da Cristo alla sua Chiesa, in virtù del quale la Chiesa docente è costituita unica depositaria e autenticainterprete della Rivelazione divina. [...]. Secondo la dottrina cattolica la S. Scrittura e la Tradizione non sono che la fonte e la ‘regola remota’ della Fede, mentre la ‘regola prossima’ è il Magistero vivo della Chiesa” (Dizionario di Teologia dommatica, cit., pp. 249-250). 

 * Schema riassuntivo sul Magistero
  1. papale: del solo Pontefice romano;
    a) straordinario: pronunciamento solenne o ‘non-comune’ sia quanto al modo(proclamazione in pompa magna) sia quanto alla sostanza (definizione di un dogma di fede divino-cattolica con obbligo di credervi; p. es. l’Immacolata o l’Assunta solennemente proclamate da Pio IX e XII come verità divinamente rivelate e proposte a credere obbligatoriamente in ordine alla salvezza eterna). È infallibile di per se stesso (DB, 1839).
    b) ordinario: comune o ‘non-solenne’ quanto al modo di insegnareQuanto alla sostanza della verità proposta è infallibile solo se il Papa vuole definire e obbligare a credere come divinamente rivelato ciò che insegna, in maniera ordinaria, ‘non-solenne’ o comune; oppure se enuncia una verità di fede o di morale costantemente e universalmente tenuta nella Chiesa (p. es. Giovanni Paolo II sull’inammissibilità del sacerdozio femminile e Paolo VI sulla contraccezione). 
  2. universale: dei Vescovi assieme al Papa;
    c) straordinario: Papa e vescovi uniti fisicamente nello stesso luogo (in Concilio Ecumenico a Firenze, Trento o Roma), insegnano solennemente o in maniera ‘non-comune’quanto al modo (essendo uniti eccezionalmente nello stesso luogo e non sparsi abitualmentenel mondo). È infallibile, quanto alla sostanza della verità insegnata, se vuole definire e obbligare a credere come divinamente rivelata una dottrina per la salvezza eterna.
    d) ordinario: insegnamento comune, ‘non-solenne’ dei Vescovi abitualmente sparsifisicamente nel mondo nelle loro rispettive Diocesi, ma uniti intenzionalmente al Papa nel proporre un insegnamento. È infallibile se tale insegnamento è impartito, quanto alla sostanza della verità proposta, come definitivo e obbligatorio a credersi per la salvezza dell’anima
* Il Magistero conciliare è straordinario, ma non è sempre infallibile 

Il Concilio è Magistero straordinario ‘quanto al modo’, nel senso che non è abitualmente o permanentemente riunito, ma straordinariamente o solennemente; tuttavia il suo insegnamento è infallibile soltanto se definisce una verità di Fede come da credersi obbligatoriamente. Quindi il Magistero sia ordinario che straordinario è infallibile solo se ha la ‘volontà di definire e obbligare a credere’. In breve per esercitare l’infallibilità l’essenziale è obbligare i fedeli a credere come divinamente rivelato ciò che si definisce, sia in ‘maniera ordinaria’ sia in ‘maniera solenne o straordinaria’ (il modo è elemento accidentale dell’infallibilità). La forma esterna solenne o straordinaria ‘quanto al modo’ di pronunciarsi non è per sé indice di infallibilità; l’essenziale è imporre ‘quanto alla sostanza’, in ‘maniera ordinaria o straordinaria’, la dottrina annunziata definitivamente e obbligatoriamente per la salvezza. Onde non tutto ciò che è Magistero straordinario quanto alla forma esterna e ‘non comune’ o ‘non ordinaria’ di pronunciarsi con formule solenni è infallibile. Per esempio il Concilio Ecumenico Vaticano II è Magisterostraordinario quanto al modo ma non infallibile, poiché non ha voluto definire né obbligare a credere

 * Le quattro condizioni dell’infallibilità 

La costituzione ‘Pastor Aeternus’ del CONCILIO VATICANO I stabilisce le condizioni necessarie per l’infallibilità delle definizioni pontificie straordinarie o ordinarie[11]. Essa insegna che il Papa è infallibile «quando parla ex cathedra, cioè quando, adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutti i cristiani, in virtù della sua suprema autorità apostolica, definisce una dottrina riguardante la Fede ed i Costumi, che deve tenersi da tutta la Chiesa» . I teologi sono unanimi nel vedervi la soluzione del problema delle condizioni dell’infallibilità pontificia[ii]. Pertanto; le condizioni necessarie perché si abbia un pronunciamento infallibile del Magistero pontificio straordinario o ordinario sono quattro:
  1. che il Papa parli come Dottore e Pastore universale; 
  2. che usi della pienezza della sua autorità apostolica; 
  3. che manifesti chiaramente la volontà di definire e di obbligare a credere; 
  4. che tratti di fede o di morale. 
 * La ‘voluntas definiendi’ 
  1. Il Papa 
    Il punto cruciale del problema è nella terza condizione, e cioè che vi sia intenzione di definire ed obbligare a credere. Come si manifesta questa intenzione? È fondamentale che sia chiaro, in un modo o nell’altro, che il Papa vuole definire (in maniera ‘ordinaria’ o ‘straordinaria’) una verità da credere obbligatoriamente in quanto divinamente rivelata. 
  2. Il Concilio Ecumenico
    Il CONCILIO VATICANO I non ha dichiarato in che condizioni un Concilio ecumenico è infallibile. Ma, per analogia con il Magistero pontificio, si può affermare che le condizioni sono le stesse. Come il Papa, anche il Concilio ha la facoltà di essere infallibile, ma può usarne o no, a sua volontà. Molti cattolici male informati potrebbero a questo punto obiettarci di avere sempre sentito dire che ogni Concilio ecumenico è necessariamente infallibile. Questo non è però quanto dicono i teologi: “a posse ad esse non valet illatio”, ossia “il passaggio da poter essere infallibilmente assistito ed esserlo de facto non è valido”. SAN ROBERTO BELLARMINO afferma che solo dalle parole del Concilio si può sapere se i suoi decreti sono proposti come infallibili e conclude che, quando le espressioni al riguardo non sono chiare, non è certo che la dottrina enunciata sia di Fede[iii] . E, se non è certo, non c’è neppure l’obbligo di credere, perché, secondo il CODICE DI DIRITTO CANONICO, «nessuna verità deve essere considerata come dichiarata o definita come da credere, a meno che questo consti in modo manifesto»[iv] . 
* Anche la costanza dell’insegnamento lo rende infallibile 

Padre J. A. ALDAMA scrive: «Benché il Magistero ordinario del Pontefice Romano non sia di per sé infallibile, se però [anche senza manifestare la voluntas definiendi] insegna costantemente e per un lungo periodo di tempo una certa dottrina a tutta la Chiesa, si deve assolutamente ammettere la sua infallibilità; in caso contrario, la Chiesa indurrebbe in errore»[v]. In questo caso ci troviamo di fronte all’infallibilità del Magistero ordinario per la continuità di uno stesso insegnamento. Il fondamento dottrinale di quest’infallibilità è quello indicato dal padre Aldama: se in una lunga e ininterrotta serie di documenti ordinari su uno stesso punto i Papi e la Chiesa universale potessero ingannarsi, le porte dell’inferno avrebbero prevalso contro la Sposa di Cristo. Essa si sarebbe trasformata in maestra di errori, alla cui influenza pericolosa e perfino nefasta i fedeli non avrebbero modo di sfuggire. Evidentemente il fattore tempo non è l’unico di cui si debba tenere conto. Ve ne sono numerosi altri. Secondo la classica formula di SAN VINCENZO DI LERINO, dobbiamo credere a quanto è stato insegnato ‘sempre, ovunque e da tutti’, «quod semper, quod ubique, quod ab omnibus». Infatti l’assistenza dello Spirito Santo sarebbe manchevole se una dottrina insegnata “sempre, ovunque e da tutti” potesse essere falsa. 

PIO IX nella Lettera “Tuas libenter” del 21 dicembre 1863 insegna: «qualora si trattasse della sottomissione dovuta alla Fede divina, non la si potrebbe restringere ai soli punti definiti condecreti emanati dai Concili Ecumenici, o dai Romani Pontefici; ma bisognerebbe anche estenderla a tutto ciò che è trasmesso, come divinamente rivelato, dal Magistero ordinario universale di tutta la Chiesa sparsa nell’universo». Tuttavia è necessario non intendere l’adagio in senso esclusivo, cioè come se l’infallibilità per la continuità di uno stesso insegnamento esistesse soltanto quando si verificassero queste tre condizioni[vi]. Vi può essere anche solo con la voluntas definiendi in maniera ordinaria. 

* Vaticano II e infallibilità 

Il Concilio Vaticano II ha usato la prerogativa della infallibilità? La risposta è semplice e categorica: no. In nessuna occasione i Padri conciliari hanno avuto la voluntas definiendi et obligandi, cioè in nessuna occasione hanno osservato la terza condizione d’infallibilità sopra indicata. Solo dove ha ripetuto ciò che la Chiesa aveva insegnato costantemente e infallibilmente il Vaticano II è stato infallibile de facto. Già nella fase preparatoria del Concilio GIOVANNI XXIII aveva dichiarato che esso non avrebbe definito verità da credere, ma avrebbe avuto soltanto un carattere pastorale. Si veda inoltre in proposito la “DICHIARAZIONE DEL 6 MARZO 1964 DELLA COMMISSIONE DOTTRINALE”[vii]. Questa dichiarazione ha un’enorme importanza, non solo per essere stata ripetuta posteriormente dalla stessa commissione[viii] , e applicata ufficialmente a più di uno schema[ix], ma soprattutto perché PAOLO VI l’ha indicata come norma di interpretazione di tutto il Concilio[x] . 

* Possibilità ‘eccezionale’ di errore in atti del Magistero 

Possiamo dire che il semplice fatto secondo cui i documenti del Magistero si dividono in infallibili e in ‘non infallibili’ lascia aperta, in tesi, la possibilità di errore in qualcuno di quelli ‘non infallibili’, i quali per definizione possono eccezionalmente “fallire” essendo ‘non-infallibili’. Questa conclusione si impone in base al principio metafisico enunciato da SAN TOMMASO D’AQUINO: «quod possibile est non esse, quandoque non est», ossia «ciò che può non essere [infallibile], talora non è [infallibile]»[xi]. Se, in via di principio, in un documento pontificiovi può essere errore per il fatto che non vi sono osservate le quattro condizioni dell’infallibilità, lo stesso si deve dire a proposito dei documenti conciliari, quando non osservino le stesse condizioni. In altri termini, quando un Concilio non intende definire con voluntas obligandi verità di Fede come divinamente rivelate, a rigore può cadere eccezionalmente in errore. Questa conclusione deriva dalla simmetria esistente tra la infallibilità pontificia e quella della Chiesa messa in evidenza dallo stesso Concilio Vaticano I[xii] .

i) DB, 1839.
ii) Cfr. F. DIEKAMP, Theologiae Dogmaticae Manuale, Desclée, Parigi-Tours-Roma, 1933, vol. I, p. 71; L. BILLOT, Tractatus de Ecclesia Christi, Iochetti, Prato, 1909, tomo I, pp. 639 ss.; L. CHOUPIN, Valeur des décisions doctrianales et dísciplinaires du Saint-Siège, Beauchesne, Parigi, 1928, p. 6; J. M. HERVÉ, Manuale Theologiae Dogmaticae, Berche, Parigi, 1952, vol. I, pp. 473 ss.; C. JOURNET, op. cit., vol. I, p. 569; P. NAU, El magisterio pontificio ordinario, lugar teologico, cit., p. 43; I. SALAVERRI., op. cit., p. 697; S. CARTECHINI., op. cit., p. 40.
iii) Cfr. R. BELLARMINO, De Conciliis, 2, 12, in Opera omnia, Natale Battezzati, Milano, 1858, vol. II.
iv) Codex Iurís Canonici (1917), can. 1323, § 2. Nello stesso senso, cfr. S. CARTECHINI, op. cit., p. 26.
v) J. A. DE ALDAMA, Mariologia, in Sacrae Theologiae Summa, BAC, Madrid, 1961, vol. III, p.418.
vi) Cfr. F. DIEKAMP, op. cit. p. 68.
vii) Cfr. L’Osservatore Romano, edizione in francese, 18-12-1964, p. 10.
viii) ibidem.
ix) Cfr. L’Osservatore Romano, edizione in francese, 26-11-1965, p. 3.
x) Cfr. PAOLO VI, Discorso del 12-l-1966, in Insegnamenti di Paolo VI, cit., vol VI, Roma, 1967, p. 700. 

* La sospensione dell’assenso ad un atto magisteriale difforme dalla Tradizione apostolica è lecita in alcuni casi eccezionali 
Fuori dell’infallibilità quando vi sia «un’opposizione precisa tra il testo di enciclica e le altre testimonianze della Tradizione apostolica»[xiii], allora sarà lecito al fedele dotto e che abbia studiato accuratamente la questione, sospendere o negare il suo assenso al documento papale. Questa dottrina si trova in teologi più autorevoli. Ne citiamo alcuni.
Padre DIEKAMP: «Gli atti non infallibili del Magistero del Romano Pontefice non obbligano a credere e non postulano una sottomissione assoluta e definitiva. Tuttavia bisogna aderire con un assenso religioso e interno a tali decisioni, dal momento che costituiscono atti del supremo Magistero della Chiesa, e che si fondano su solide ragioni naturali e soprannaturali. L’obbligo di aderire ad esse può cominciare a cessare solo nel caso, che si dà soltanto rarissimamente, in cui un uomo idoneo a giudicare l’argomento in questione, dopo una diligente e ripetuta analisi di tutte le ragioni, giunga alla convinzione che nella decisione si è introdotto l’errore»[xiv]  .
Padre MERKELBACH: «Finché la Chiesa non insegna con autorità infallibile, la dottrina proposta non è di per sé irreformabile; perciò se per accidens, ossia eccezionalmente, in un’ipotesi per altro rarissima, dopo un esame assai accurato a qualcuno sembra che esistano ragioni gravissime contro la dottrina così proposta, sarà lecito senza temerarietà ‘sospendere l’assenso interno’»[xv]. La «sospensione dell’assenso interno», di cui parlano i teologi, ha maggiore ampiezza della semplice «sospensione del giudizio» del linguaggio corrente. Infatti, a seconda del caso, il diritto di «sospendere l’assenso interno›› comporterà, oltre al non giudicare, il diritto di temere che vi sia errore nel documento del Magistero, o quello di dubitare dell’insegnamento in esso contenuto, o anche quello di respingerlo

Da tutto quanto esposto si deduce che, in via di principio, l’esistenza di errori in documenti ‘non infallibili’ del Magistero anche pontificio e conciliare non ripugna. Indubbiamente tali errori non possono essere durevolmente e costantemente proposti nella Santa Chiesa, al punto da mettere le anime nel dilemma di accettare l’insegnamento falso oppure di rompere con la Chiesa. Tuttavia è possibile, in via di principio ed eccezionalmente, che per qualche tempo, soprattutto in periodi di crisi e di grandi eresie, si trovi qualche errore in documenti del Magistero. Facciamo queste osservazioni senza alcun obbiettivo demolitore del Magistero. Non miriamo, cioè, a fondare le «contestazioni» ereticali con cui i progressisti o i conciliaristi gallicani cercano, in ogni momento, di scuotere il principio di autorità papale nella Chiesa. Quello a cui miriamo, richiamando la possibilità di errore in documenti magisteriali non infallibili è offrire un aiuto per illuminare i problemi di coscienza e gli studi di molti antiprogressisti di fronte alle novità introdotte dal Vaticano II e dal post-concilio, perché essi, per il fatto d’ignorare tale possibilità, si trovano spesso in condizione di perplessità per quanto riguarda il Concilio Vaticano II e le riforme da esso scaturite.

* Rapporto tra Tradizione e Magistero 

La Tradizione assieme alla Bibbia è una delle due “fonti” della divina Rivelazione(Tradizione passiva e oggettiva). Essa è anche la “trasmissione” (dal latino tradere, trasmettere) orale di tutte le verità rivelate da Cristo agli Apostoli o suggerite loro dallo Spirito Santo, e giunte a noi mediante il Magistero sempre vivo della Chiesa, assistita da Dio sino alla fine del mondo (Tradizione passiva e oggettiva). La Tradizione assieme alla S. Scrittura è il “canale contenitore(Tradizione passiva) e veicolo trasmettitore (Tradizione attiva)” della Parola divinamente rivelata. Il Magistero ecclesiastico è “l’organo” della Tradizione. Mentre gli “strumenti” in cui si è conservata sono i Simboli di fede, gli scritti dei Padri, la liturgia, la pratica della Chiesa, gli Atti dei martiri e i monumenti archeologici. 

 La Tradizione si può considerare sotto due aspetti
  1. in senso attivo (soggettivo o formale), essa è l’organo vivo o il soggetto (persone o istituzioni/Papa e Chiesa) il quale funge da canale di trasmissione; 
  2. in senso passivo (oggettivo o materiale) è l’oggetto o deposito trasmesso (Dottrina e Costumi)[12]. 
La Tradizione di cui ci occupiamo in questo articolo è quella sacra o cristiana e non quella profana. La Tradizione cristiana si divide in 
  1. Tradizione divina (insegnata direttamente da Cristo agli Apostoli);
  2. Tradizione divino-apostolica (gli Apostoli non la ascoltarono dalla bocca di Cristo, ma la ebbero per ispirazione dello Spirito Santo). Essa consiste in quelle verità o precetti morali, disciplinari e liturgici, i quali derivano direttamente da Cristo o dagli Apostoli, in quanto promulgatori della Rivelazione, illuminati dallo Spirito Santo, trasmesse agli uomini incorrotte sino alla fine del mondo, esse sono oggetto di Fede divina.
Tradizione “vivente”? 
I primi ‘Discepoli’ degli Apostoli ricevettero in maniera diretta e immediata la Tradizione dalla bocca dei Dodici, mentre i posteri la ricevono in maniere indiretta e mediata, tramite l’insegnamento dei successori di Pietro (i Papi) e degli Apostoli (i Vescovi) cum Petro et sub Petro, il Magistero è l’organo della trasmissione ininterrotta della medesima eredità ricevuta dagli Apostoli da parte di Cristo o dello Spirito Santo. Questa è la funzione del Magistero: mediare, interpretare e attualizzare o trasmettere l’insegnamento divino, ma sempre agganciandosi alla Tradizione ricevuta e quindi già trasmessa. Non si tratta di far vivere una Fede nuova (“nova”), ma di tramandare e far ricevere o rivivere continuamente e nuovamente (“nove”) l’unica Fede predicata da Cristo e dagli Apostoli, sino alla fine del mondo. Tale funzione non contiene e non propone nessuna novità sostanziale, ma solo ribadisce in maniera nuova e approfondita o esplicitata la stessa verità contenuta nella Scrittura e nella Tradizione. Da questa trasmissione della Fede è totalmente assente ogni ombra di contraddizione tra verità antiche e nuove e lo sviluppo o approfondimento deve avvenire “nello stesso senso e nello stesso significato” (S. VINCENZO DA LERINO, Commonitorium, XXIII). Solo in tale senso si può parlare anche di Tradizione “viva”, non in quanto “cangiante”, ma “omogeneamente crescente”[13]. Non vi è Tradizione, non sussiste verità cattolica dove si trova contraddizione, contrarietà o concorrenza tra “nova et vetera”. Il card. PIETRO PARENTE su L’Osservatore Romano del 9-10 febbraio 1942 già scriveva: «c’è da deplorare [...] la strana identificazione della Tradizione (fonte della Rivelazione) col Magistero vivo della Chiesa (custode ed interprete della divina Parola)». In breve vi è una distinzione tra Tradizione e Magistero nel senso che il secondo custodisce, spiega e propone a credere le verità contenute nella Tradizione ed è molto pericoloso identificare la Tradizione col Magistero vivente, perché si finisce col dare alla prima un carattere intrinsecamente evolutivo o al contrario relativizzare talmente il Magistero rispetto alla Tradizione sino a minimizzarlo o quasi annichilarlo. Sono i due errori, per eccesso e per difetto, che si riaffacciano oggi.

 * Ermeneutica della continuità 

La continuità tra due dottrine per essere reale e non solo verbale deve comportare una continuità omogenea, che esclude ogni alterazione sostanziale o intrinseca, ogni diversità o novità eterogenea, anche solo parziale. Il Magistero è vivente in quanto ad un Papa morto ne segue uno vivo e in atto sino alla consumazione del mondo; invece, per quanto riguarda la Tradizione, bisogna fare attenzione a non parlare di Tradizione vivente se non si esplicita il vero e unico significato di tale vitalità, come condizionata dalla continuità con la dottrina ricevuta dagli Apostoli e trasmessa senza alterazioni sostanziali. La Tradizione è immutabile (da non confondere con mummificazione) come la verità divina (“Ego sum Dominus et non mutor”), che il Magistero ha ricevuto da Gesù e dagli Apostoli e che ripropone in quanto tale intrinsecamente ed è approfondita solo estrinsecamente, per rendere più esplicita una verità o per superare e confutare gli errori ad essa contrapposti[14]. La Tradizione è veramente viva solo se mantiene la sua natura come un bambino che cresce restando sempre se stesso. La Tradizione “vivente” in senso modernistico, quale evoluzione eterogenea ed intrinseca di essa, è una conciliazione dell’inconciliabile, un assurdo, una contraddizione. Il Magistero per essere in continuità con la Tradizione deve “trasmettere ciò che ha ricevuto” (“tradidi quod et accepi”) dagli Apostoli, senza novità sostanziali, intrinseche ed eterogenee; altrimenti non vi è continuità, ma difformità e deformità reale anche se nominalmente ci si richiama alla “Tradizione” vivente, deformandone, così, il significato, sottolineando l’aggettivo “vivente” a scapito della Tradizione.

* Tradizione scritta e orale 

La Tradizione orale non esclude che venga poi messa per iscritto, ma non sotto la “divina Ispirazione”[15], che appartiene alla S. Scrittura, in quanto, col passare del tempo, la trasmissione a voce viene fissata in documenti scritti o epigrafi. Per esempio la validità del Battesimo dei neonati è Tradizione, poiché è parola di Dio non scritta sotto divina ispirazione, ma attestata unanimemente da quasi tutti gli antichi scrittori ecclesiastici. Tuttavia lo scritto è solo un sussidio della Tradizione orale. Onde vi possono essere Tradizioni o insegnamenti divino-apostolici di cui nulla è stato scritto. Sarà la voce del Pastore o della Chiesa, ossia il Magistero vivente nella persona del Papa attualmente regnante (eventualmente assieme ai Vescovi, se il Papa lo desidera senza esservi obbligato) a garantire che tali verità sono di origine divina o divino-apostolica. Solo in questo senso soggettivo si può parlare di Tradizione “vivente”, in quanto l’insegnamento divino o apostolico, oggetto della Tradizione, viene trasmesso ininterrottamente dalla catena dei Papi vivi.

* Tradizione e S. Scrittura 

Confrontando Tradizione e Scrittura si dice che la Tradizione è 
  1. inesiva”, se la stessa verità è contenuta sia nella Scrittura che nella Tradizione; 
  2. dichiarativa”, se una verità attestata dalla Scrittura viene chiarita meglio dalla Tradizione; 
  3. completiva” se trasmette verità non contenute nella Bibbia, ad esempio la pratica di battezzare i neonati. Perciò è dottrina comunemente insegnata che la Tradizione è più ricca della sola Scrittura. Più ricca in antichità (anche la Scrittura prima di essere messa per iscritto è stata Tradizione, in quanto trasmissione a voce della divina Rivelazione, inpienezza (in quanto la Tradizione contiene tutte le verità rivelate mentre la Scrittura no) e insufficienza (poiché la Scrittura ha bisogno della Tradizione per stabilire la sua autorità).[16]
* Errore luterano
Per il protestantesimo, invece, l’unica fonte della Rivelazione è la S. Scrittura, onde la sola nozione di Tradizione orale e di Magistero quale canale trasmettitore di essa è inconcepibile. Invece la Chiesa ha definito infallibilmente nel Concilio di Trento (sessione IV del 6 aprile 1546; DB, 783) e nel Concilio Vaticano I (DB, 1787) 
  1. che esistono insegnamenti o Tradizioni divino-apostoliche aventi relazione con la Fede e la Morale 
  2. trasmesse ininterrottamente tramite il Magistero della Chiesa 
  3. assistita da Dio. 
Se manca una sola di queste tre condizioni la “tradizione” è solo umana e quindi fallibile. Inoltre il Tridentino ha definito (sessione IV; DB, 783) che la Fede e la Morale “è contenuta tanto nei Libri Sacri scritti [sotto divina Ispirazione], quanto nella Tradizione non scritta” e che bisogna “ricevere con pari amore di pietà e riverenza” sia l’una che l’altra fonte della Rivelazione (DB, 738; ripreso dal Vaticano I; DB, 1787). Per l’ortodossismo scismatico esiste la ‘sola Tradizione’, senza il Magistero petrino divinamente assistito, che la interpreta correttamente.

* Esistenza della Tradizione nella Bibbia 

L’errore luterano è smentito dalla stessa Scrittura: “Andate, dunque, ammaestrate tutte le genti […] insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato” (Mt. XXVIII, 19-20). Gesù non ha scritto nulla né ha comandato di scrivere, ma di insegnare; perciò, gli Apostoli hanno prima predicato e solo dopo hanno messo per iscritto parte dell’insegnamento orale di Cristo. 

 a) La Tradizione e i Padri 
Col III secolo (PAPIA + 130; S. CLEMENTE ROMANO + 101; S. IRENEO DA LIONE + 202 e TERTULLIANO + 222) i Padri ecclesiastici iniziarono a distinguere nettamente S. Scrittura e Tradizione come due fonti distinte della Rivelazione, dando una certa preferenza alla Tradizione. Nel IV-V secolo con i Cappadoci in oriente (S. BASILIO + 379, S. GREGORIO NAZIANZENO + 390 e NISSENO + 394) e S. AGOSTINO (+ 430) in occidente si approfondì il significato di Tradizione specialmente in rapporto ai suoi organi di trasmissione (Papi, Concili, Padri ecclesiastici). S. VINCENZO DA LERINO, infine, ha formulato la regola più nota e comune per discernere la Tradizione divino-apostolica: “Quod ubique [universalità], quod semper [antichità], quod ab omnibus [conenso generale] creditum est” (Commonitorium, II). Questa regola è stata fatta propria dal Concilio Vaticano I. 

 b) Tradizione, Assistenza divina e Magistero 
Come si vede, sia nella Scrittura che nei Padri il concetto di Tradizione è sempre collegato 
  1. all’Assistenza di Dio, poiché senza l’aiuto dello Spirito di Verità la purezza dell’insegnamento orale non potrebbe conservarsi senza mescolanza di errori; 
  2. al Magistero, che, pur non essendo la Tradizione stessa, è l’organo tramite il quale essa viene trasmessa, il senso pieno di Tradizione si può avere solo a condizione di tenere uniti i due suoi aspetti: l’aspetto passivo, che è il Deposito della Fede, e l’aspetto attivo che coincide con il Magistero. Il secondo aspetto è il più importante, così che una “tradizione”, anche se del I secolo, ma non attestata dal Magistero della Chiesa non costituisce una ‘vera’ Tradizione divino-apostolica; al massimo avrebbe il valore di documentazione storica, ma non sarebbe una Tradizione di Fede divina. Tra Magistero e Tradizione vi è distinzione ma non separazione totale, ossia la Chiesa è come un Maestro (Magistero) che contiene e trasmette la Scrittura (Bibbia) e la Tradizione (Denzinger), il quale ha un Libro di testo ufficiale (Bibbia + Denzinger) e ne spiega il vero significato ai discenti; se un allievo non capisce bene il significato del Libro può chiedere spiegazione al Maestro ed egli lo illuminerà. Da tutto ciò risulta la parte essenziale e non minimale o addirittura contingente, che svolge il Magistero nel dare, “tutti i giorni sino alla fine del mondo”, la retta interpretazione soggettivo/formale del contenuto dommatico-morale della Tradizione, avendone garantito ieri la veridicità del contenuto passivo o oggettivo/materiale . 
* Riassumendo 

Il Magistero custodisce, interpreta e spiega realmente la Parola di Dio scritta o orale (“Verbum Dei scriptum vel traditum”). Quindi questi tre termini non sono identici. Il Magistero non è fonte di Rivelazione, la Scrittura e Tradizione sì. Perciò il Magistero presuppone le due fonti della Rivelazione, le custodisce e le spiega, onde in senso stretto non coincide con la Tradizione. Tuttavia se si considera il Magistero nei suoi documenti o oggettivamente, allora si può dire che in essi si ritrova la fonte o luogo in cui vi è la Rivelazione .  

Il Magistero è assistito da Dio. Tuttavia quest’assistenza non è assoluta, ma limitata alla trasmissione della Rivelazione. Dunque, lungi dal costituire la dottrina o la Verità divina, l’atto del Magistero la conserva e la dichiara: il Magistero si definisce come tale in dipendenza oggettiva dalla Rivelazione divina, di cui deve assicurare la trasmissione. 

L’assistenza è data al Papa perché egli possa preservare la Fede della Chiesa. Se si perde di vista il giusto rapporto che fa dipendere il Magistero dalla Tradizione oggettiva, il Dio rivelatore rischia di passare in secondo piano a vantaggio del Magistero custode ed interprete, ossia il Creatore cederebbe il passo alla creatura, il Fine al mezzo. 
 sì sì no no
__________________________
1) Brunero Gherardini, Tradidi quod et accepi. La Tradizione, vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, Casa Mariana Editrice, 2010; Id., Quaecumque dixero vobis. Parola di Dio e Tradizione a confronto con la storia e la teologia, Torino, Lindau, 2011.
2)  Per esempio una verità divinamente e ‘formalmente rivelata’ è una Verità di Fede o di Fede-rivelata o Dogma materiale, se poi la Chiesa ha definito che tale verità è rivelata e obbliga a crederlo è una Verità di Fede rivelata e definita, o Dogma formale oppure di Fede divino-cattolica o anche di Fede divino-definita, la loro negazione è ‘eresia’. Una verità non ancora definita è Prossima alla Fede, la sua negazione è ‘prossima all’eresia’. Invece ciò che è ‘virtualmente rivelato’, ossia deducibile tramite sillogismo da una Maggiore di Fede, è una Conclusione teologica, la sua impugnazione è un ‘errore teologico’.
3) Compendio di Apologetica, tr. it. Torino, Marietti, 1960, p. 461.
4) Cfr. Cipriano Vagaggini, voce “Dogma”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, col. 1792-1804; Giacinto Ameri, voce “Definizione dogmatica”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 1306-1307.
5) Cfr. G. Zannoni, voce “Eresia”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. V, coll. 487-492.
6) Per es. Giovanni Paolo II sulla impossibilità del sacerdozio femminile; oppure i Vescovi sparsi nel mondo assieme al Papa. Per es. Pio XII che chiede ai Vescovi di tutto il mondo se reputano rivelata e definibile l’Assunzione di Maria SS. in Cielo.
7) Per esempio Pio IX, che definisce da solo l’Immacolata Concezione o il Concilio Vaticano I, che definisce l’Infallibilità pontificia.
8) «Sono da credersi di fede divino-cattolica tutte le cose che sono contenute nella Parola di Dio scritta o tramandata e che sono proposte a credere dalla Chiesa, sia con Giudizio solenne sia col Magistero ordinario, come divinamente rivelate».
9) Cfr. Federico dell’Immacolata, voce “Infallibilità”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1951, vol. VI, coll. 1920-1924.
10) Cfr. M. Cordovani, voce “Chiesa”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1949, vol. III, coll. 1443-1466; Antonio Piolanti, voce “Primato di San Pietro e del Romano Pontefice”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1953, vol. X, coll. 6-19; Giuseppe Damizia, voce “Concilio”, in “Enciclopedia Cattolica”, Città del Vaticano, 1950, vol. IV, coll. 167-172.
11) Il Concilio Vaticano I, sess. III, c. 3, DB, 1792 insegna infallibilmente: “Sono da credersi di fede divino-cattolica tutte le cose che sono contenute nella Parola di Dio scritta o tramandata e che sono proposte a credere dalla Chiesa come divinamente rivelate [elemento essenziale], sia con giudizio solenne sia col Magistero ordinario [elemento accidentale modale]”. Come si vede il Magistero ordinario consta di un giudizio non solenne ‘quanto al modo’ di esprimersi, ma se manifesta lavoluntas definiendi anche in maniera ordinaria, comune o non solenne, è egualmente infallibile.
12) Cfr. G. Mattiussi, L’immutabilità del dogma, in “La Scuola cattolica”, marzo 1903.
13) Cfr. A. Marìn Sola, L’evolution homogène du dogme, Friburgo, 1924.
14) S. Th., II-II, q. 1, a. 9, ad 2.
15) Impulso o mozione divina che spinge l’agiografo a scrivere quanto Dio vuole che sia comunicato. S. Paolo scrive che “tutta la Scrittura è ispirata da Dio” (II Tim. III, 16-17). Leone XIII nell’enciclica Providentissimus del 1893 ha definito così la ispirazione agiografica biblica o divina: “azione soprannaturale tramite la quale Dio eccitò e mosse gli scrittori sacri a scrivere, li assistette nello scrivere di modo che essi concepissero rettamente col pensiero, volessero fedelmente scrivere ed esprimessero correttamente con infallibile verità tutto quello che Egli voleva che esprimessero”. Dio è l’autore principale del Libro sacro; l’agiografo l’autore secondario e strumentale, ma cosciente e libero, per cui Dio 1°) illumina la mente dell’agiografo per fargli capire perfettamente ciò che deve scrivere e discernerne infallibilmente la verità dalla falsità; 2°) muove la volontà dell’agiografo perché si decida a scrivere quel che ha capito e giudicato vero; 3°) assiste le facoltà esecutive affinché nella scelta delle parole non vi siano errori o deviazioni che comprometterebbero la manifestazione del pensiero divino. (Cfr. Ch. Pesch, De Inspiratione Scripturae, Friburgo, 1906; E. Florit, Ispirazione biblica, Roma, 1951).
16) M. Cano, De locis theologicis lib XII, Venezia, 1799, p. 4.
17) Cfr. J. B. Franzelin, De divina traditione et Scriptura., Roma, 1870; L. Billot, De immutabilitate traditionis, Roma, 1904; S. G. Van Noort, Tractatus de fontibus Revelationis necnon de fide divina, 3a ed., Bussum, 1920; S. Cipriani, Le fonti della Rivelazione, Firenze, 1953; A. Michel, voce “Tradition”, in DThC, XV, coll., 1252-1350; G. Filograssi, La Tradizione divino-apostolica e il magistero ecclesiastico, in “La Civiltà Cattolica”, 1951, III, pp. 137-501; G. Proulx, Tradition et Protestantisme, Parigi, 1924; S. Tommaso d’Aquino, S. Th., III, q. 64, a. 2, ad 2; B. Gherardini,Divinitas 1, 2, 3/ 2010, Città del Vaticano, S. Cartechini, Dall’opinione al domma, Roma, Civiltà Cattolica, 1953, M. Schmaus, tr. it., La Chiesa, Casale Monferrato, Marietti, 1973. Cfr. J. Salaverri,De Ecclesia Christi, Madrid, BAC, 1958, n° 805 ss.

sì sì no no’  "Chiesa e post concilio"

sabato 27 luglio 2013

ALCUNI PRATICI AVVERTIMENTI INTORNO ALLA CONFESSIONE.

ALCUNI PRATICI AVVERTIMENTI
INTORNO ALLA CONFESSIONE.


1. La Confessione è il lavacro rigeneratore e purificatore de!l’anima peccatrice, che il Cuore di Gesù nella
sua tenera bontà ha lasciato alla sua Chiesa. E il sacramento della misericordia, del perdono e della consolazione tanto maggiore, quanto maggiore è la fiducia e
l'abbandono, col quale ci si accosta alla Confessione.

2.  Confessatevi frequentemente, ogni quindici
giorni, ogni settimana. La Confessione frequente è
utilissima alle anime nostre; ricevuta con le debite
disposizioni, essendo un sacramento istituito da i
Gesù Cristo, infonde, se non si possiede, la Grazia
santificante, e se già si possiede, l’accresce a proporzione 
delle disposizioni, che si hanno: — apporta aiuti di grazie
 particolari per emendare i nostri difetti, i peccati,
 specialmente quelli, di cui ci
siamo confessati, per vincere le cattive inclinazioni
e vivere santamente: — è fonte all’anima di pace
serena e di consolazione è molto facile e soave,
perché chi si confessa spesso, trattandosi di breve
tempo, ricorda quanto deve accusare al Confessore: 
 fa si che il Confessore possa meglio conoscere
e dirigere le anime che a lui si rivolgono· basta.
per lucrare le indulgenze plenarie, che si possono
guadagnare durante la settimana, benchè per esse
sia prescritta la Confessione.

mercoledì 24 luglio 2013

IDEE CHIARE sul MAGISTERO INFALLIBILE del PAPA


IDEE CHIARE sul MAGISTERO INFALLIBILE del PAPA




In riferimento al nostro articolo Chiesa e uomini di Chiesa (29.2.2000 pp. 5 ss.) un lettore ci scrive: 

«Permettetemi di sviluppare una riflessione circa quello che voi chiamate “Magistero
autentico” e che altro non è se non il Magistero Ordinario. Se un Papa quando è eletto [...] riceve,
come voi dite, un carisma d’infallibilità per il suo Magistero straordinario, egli riceve anche, come
voi vi e-sprimete, una “grazia di stato” per governare ed anche per il suo Magistero ordinario. Se
questa grazia non è sufficiente, ogni volta che egli deve trattare questioni di fede o di morale “urbi
et orbi” o anche abitualmente nei suoi discorsi, c’è il rischio che egli trascini tutta la Chiesa
nell’errore […]. Ora, gli errori veicolati dal Vaticano II, ripresi e aggravati dai tre papi conciliari
fino alla cima del Sinai e al Muro del Pianto [...] provano evidentemente che la “grazia di stato” è
mancata. Ora mai Dio, Gesù Cristo, ha permesso che in queste materie, anche nel Magistero
ordinario, i Papi si ingannassero. Che concluderne? Ammetterete voi che questi Papi, sempre Papi,
siano sfuggiti in qualche modo alla sorveglianza divina?».

Un errore molto diffuso e pernicioso
Rispondiamo molto volentieri, perché, nell’attuale crisi della Chiesa, ciò che maggiormente
turba o confonde i cattolici è appunto il “problema del Papa” ed è necessario avere idee ben chiare
sull’argomento per procedere con coscienza ben informata e serena evitando due scogli che, a
destra e a sinistra, minacciano di farci naufragare o nello spirito di ribellione o nell’obbedienza
indebita e servile.
Cominciamo anzitutto col rettificare la premessa, che vizia tutto il ragionamento del nostro
lettore.
«Quello che voi chiamate “Magistero” autentico -egli scrive- altro non è che il Magistero
ordinario». Questo è un grave errore, causa di molte rovine ai giorni nostri.
Il Magistero “autentico” non si identifica, così semplicemente, con il Magistero ordinario. Il
Magistero Ordinario, infatti, può essere infallibile e non infallibile, ed è in questo secondo caso che
viene chiamato “Magistero autentico”. Così, ad esempio, il Dictionnaire de Théologie catholique
alla voce infaillibilité du Pape (vol. VII col. 1699 ss.) parla distintamente:
1) della «definizione pontificia infallibile o ex cathedra nel senso definito dal Vaticano I» (col.
1699);
2) dell’«insegnamento pontificio infallibile che scaturisce dal Magistero ordinario del Papa»
(col. 1705);
3) dell’«insegnamento pontificio non infallibile» (col. 1709).
Parimenti, il Salvaverri nella Sacrae Theologiae Summa (vol. I, 5ª ed., B.A.C., Madrid)
distingue:
1) Magistero pontificio infallibile straordinario (nn. 592 ss.);
2) Magistero pontificio infallibile ordinario (nn. 645 ss.);
3) Magistero pontificio “mere authenticum” e cioè “solamente autentico” o “autorevole” in
relazione all’autorità della Persona, come vedremo, ma non alla sua infallibilità (n. 659 ss.).
Il Papa, infatti, pur avendo sempre la piena e suprema autorità dottrinale, non sempre la impegna
al suo grado più alto che è quello dell’infallibilità: egli è come un gigante - dicono i teologi - che
non sempre adopera tutta la sua forza. 
Ne consegue:
1) che «non si deve dire che il Papa è infallibile per il solo fatto che ha l’autorità papale», come
si legge negli Atti del Vaticano I (Coll. Lac. 399-b: «Neque etiam dicendus est Pontifex
infallibilis simpliciter ex auctoritate papatus»): questo sarebbe identificare l’autorità del Papa con la
sua infallibilità;
2) che è necessario sapere «quale assenso è dovuto ai decreti del Sommo Pontefice, quando egli
insegna con un grado che non attinge l’infallibilità ovvero non con il grado supremo della sua
dottrinale autorità» (Salaverri op. cit. n. 659).

Errore per eccesso ed errore per difetto
Purtroppo questa triplice distinzione tra Magistero straordinario, Magistero ordinario infallibile
e Magistero autentico non infallibile sembra oggi caduta in oblio (come dimostra anche la lettera
del nostro lettore), generando nell’attuale crisi della Chiesa due opposti errori: l’errore per eccesso
di coloro che estendono l’infallibilità pontificia a tutti gli atti del Papa senza distinzione, e l’errore
per difetto di coloro che la restringono alle sole definizioni “ex cathedra”.
Il primo errore elimina di fatto il Magistero ordinario non infallibile o “autentico” e sfocia
inevitabilmente o nel sedevacantismo (“il Papa è sempre infallibile, ma gli errori di questo Papa
sono innegabili e dunque egli non è Papa”) o nell’ubbidienza servile e “indiscreta” ovvero senza
discernimento, che chiude gli occhi anche quando il “senso cattolico” suggerisce di tenerli bene
aperti (“il Papa è sempre infallibile e dunque bisogna obbedirgli sempre ciecamente”).
Il secondo errore elimina di fatto (e talvolta anche in teoria) il Magistero ordinario infallibile ed
è l’errore proprio dei neomodernisti, che così svalutano il Magistero ordinario pontificio e la troppo
scomoda “tradizione romana” («il Papa è infallibile solo nel suo Magistero straordinario, e dunque è
lecito far “tabula rasa” di duemila anni di Magistero ordinario pontificio»). Entrambi gli errori
concorrono così ad offuscare la nozione esatta di Magistero ordinario, che comprende sia il
Magistero ordinario infallibile sia il Magistero ordinario semplicemente “autentico”, non infallibile.

Offuscamento e contestazione
Questi due opposti errori, benché oggi svelino in modo drammatico la loro dannosità, non
datano, però, da oggi. Furono, infatti, denunziati ancor prima del Concilio Vaticano II.
Già il P. Labourdette O.P. (Revue Thomiste LIV, 1954 p. 196) deplorò che «da ciò che hanno
appreso sull’infallibilità personale del Sommo Pontefice nell’esercizio solenne e straordinario del
suo potere dottrinale molti hanno ritenuto delle idee semplicistiche… per alcuni ogni parola del
Sommo Pontefice prende in qualche modo il valore d’un insegnamento infallibile, che richiede
l’assenso assoluto della fede teologale; per altri gli atti che non si presentano con le condizioni
manifeste d’una definizione “ex cathedra” sembrano non avere altra autorità che quella di un
dottore privato». Sono appunto i due opposti errori sopra segnalati.
Anche dom Paul Nau rilevò la «confusione» intervenuta tra l’autorità del Papa e la sua
infallibilità: «mentre l’infallibilità personale del Papa nelle definizioni solenni, così a lungo
discussa, è stata definitivamente messa al sicuro da ogni controversia, l’autorità del Magistero
ordinario della Chiesa romana sembra perduto di vista. Tutto accade - e il fatto non è inaudito
nella storia delle dottrine - come se la luce stessa della definizione del Concilio Vaticano [I] avesse
messo in ombra la verità fino a quel momento universalmente riconosciuta; anzi come se la
definizione dell’infallibilità dei giudizi [o definizioni] solenni avesse fatto ormai di questi il modo
unico, per il sommo Pontefice, di presentare la regola della Fede» [Le Magistère pontifical
ordinaire, lieu théologique p. 12 s.; per l’offuscamento temporaneo di una dottrina nella coscienza
cattolica si veda il Dictionnaire de Théologie catholique voce dogme tomo IV e Franzelin De
Divina Traditone tesi XXIII).
Dom Nau segnalò anche le rovinose conseguenze di questa identificazione dell’autorità del Papa
con la sua infallibilità: «non resterà nessun posto per un insegnamento autentico, le cui diverse
espressioni non sono, però, tutte garantite allo stesso modo. In una tale prospettiva è la stessa
nozione di Magistero ordinario che diviene propriamente impensabile» (ivi p. 5). Dom Nau
credette di poter individuare la causa del fenomeno nel fatto che «dopo il 1870 [anno del Vaticano
I] i manuali di teologia, per enunciare le loro tesi, si sono serviti dei testi di questo Concilio.
Poiché nessuno di questi testi tratta direttamente del Magistero ordinario del solo Papa, questo
Magistero è stato a poco a poco perduto di vista e tutto l’insegnamento pontificio è sembrato
ridursi alle sole definizioni “ex cathedra”. Inoltre, essendo l’attenzione interamente attirata su
queste definizioni, ci si è abituati a considerare gli interventi dottrinali della Santa Sede solo nella
prospettiva della definizione solenne: la prospettiva di una definizione che sola apporterebbe alla
dottrina tutte le garanzie richieste».
Questa causa in parte è vera, ma non bisogna dimenticare che verso questa prospettiva riduttiva
spingeva già da tempo la teologia “liberale” (da cui è germinato il modernismo) così che Pio IX,
prima del Vaticano I (1870), dovette ammonire i teologi tedeschi che la sottomissione di fede divina
«non si deve restringere ai soli punti definiti» (Lettera all’ Arcivescovo di Monaco 21-12-1863).
Le idee “semplicistiche” ritenute da «molti» sull’infallibilità papale dopo il Vaticano I fecero,
senza volerlo, il gioco della teologia “liberale”. I due errori, infatti, benché opposti, hanno in
comune di identificare autorità papale ed infallibilità, con la differenza che l’errore per eccesso,
considerando infallibile tutto ciò che promana dall’autorità papale, dilata l’infallibilità del Papa a
misura della sua autorità, mentre l’errore per difetto, considerando autorevole solo ciò che promana
dall’infallibilità “ex cathedra”, restringe l’autorità del Papa a misura dell’infallibilità del suo solo
Magistero straordinario. Entrambi, poi, gli errori concorrono allo stesso effetto: quello di offuscare,
come ha ben visto dom Nau, la nozione stessa di Magistero ordinario e, di conseguenza, la natura
particolare del Magistero ordinario infallibile; nozione e natura che ci converrà, perciò, riscoprire,
perché di massima importanza per orientarsi in tempi di crisi come gli attuali.

Due segnali dell’ offuscamento: l’ «Humanae Vitae» e l’«Ordinatio Sacerdotalis»
L’offuscamento delle idee sul Magistero ordinario pontificio è apparsa in tutta la sua gravità in
occasione dell’Humanae Vitae di Paolo VI e, più di recente, in occasione dell’Ordinatio
Sacerdotalis, con la quale Giovanni Paolo II ha ribadito il tradizionale “no” della Chiesa
all’ordinazione di donne.
In occasione dell’Humanae Vitae l’offuscamento della nozione di Magistero ordinario pontificio
fu segnalato da diversi teologi: Felici, Ruffini, Lio, Siri ecc. I sostenitori dell’infallibilità dell’
Humanae Vitae generalmente ne deducevano «la prova dal Magistero autentico costante e
universale della Chiesa, mai tralasciato e quindi nei secoli anteriori già definitivo» o, in altri
termini, dal Magistero ordinario infallibile (E. Lio Humanae Vitae e infallibilità, Libreria ed.
Vaticana p. 38; neretto nostro). Dovettero accorgersi, però, che la nozione stessa di Magistero
ordinario infallibile e la sua peculiarità (costanza ed universalità) erano come cancellate dalla mente
dei più, non solo dei semplici fedeli, ma anche dei teologi. Perciò il card. Siri in Renovatio ott. - dic.
1968 scrisse: «Nel presentare come ipotesi possibili, per il caso in oggetto [l’enciclica Humanae
Vitae], solo quella della definizione ex cathedra (che è scartata) ossia del Magistero solenne e
quella del Magistero autentico (che non implica di per sé la infallibilità), c’è un grave sofisma di
elencazione, anzi un grave errore, perché si tace un’altra ipotesi possibile: quella del Magistero
ordinario infallibile. È strano come da taluni si cerchi ad ogni costo di evitare il parlarne. [...]. È
necessario aver presente che non c’è solo Magistero solenne e Magistero semplicemente
autentico; tra le due espressioni sta il Magistero ordinario, dotato del carisma della infallibilità»
(i neretti sono nostri).
Lo stesso “sofisma di elencazione” è stato segnalato 30 anni dopo da Mons. Bertone contro la
contestazione dell’«Ordinatio Sacerdotalis». In tale occasione egli ha denunciato esplicitamente la
tendenza «a sostituire di fatto il concetto di autorità con quello d’infallibilità» (L’Osservatore
Romano 20 dicembre 1996).
Di fatto non è il solo Magistero ordinario infallibile che è caduto in oblìo, ma, con
l’identificazione di autorità e infallibilità, è caduta in oblìo la distinzione tra Magistero ordinario
infallibile e Magistero ordinario autentico. Dopo il Vaticano I - scriveva dom Nau - un cattolico
«non può più esitare sull’autorità da riconoscere ai giudizi dogmatici del Sommo Pontefice: la loro
infallibilità è stata solennemente definita nella Costituzione “Pastor Aeternus”. Ma le definizioni
sono relativamente rare; i documenti pontificali di fronte ai quali il cristiano d’oggi per lo più si
trova sono le encicliche, le allocuzioni, i radiomessaggi che normalmente rientrano nel Magistero o
insegnamento ordinario. A riguardo di questo Magistero disgraziatamente le confusioni sono
ancora possibili e si verificano -ahimè! - troppo spesso» (op. cit p. 4). Noi ci fermeremo, perciò,
non sul Magistero straordinario (la cui infallibilità è generalmente riconosciuta), ma sul Magistero
ordinario e, illustrando a quali condizioni esso è infallibile, sarà chiaro che, fuori di queste
condizioni, siamo in presenza di Magistero “autentico” da tenere, in tempi normali, nella dovuta
considerazione, ma che, in tempi anormali, sarebbe un fatale errore equiparare al Magistero
infallibile (sia straordinario che ordinario)

Il punto della questione
«L’infallibile garanzia dell’assistenza divina non è limitata ai soli atti del Magistero
solenne; essa si estende anche al Magistero ordinario, senza tuttavia ricoprirne ed assicurarne
allo stesso modo tutti gli atti» (P. Labourdette O.P. Revue Thomiste 1950 p.38; neretto della nostra
redazione) e quindi l’assenso dovuto al Magistero ordinario “può andare dal semplice rispetto a un
vero atto di fede” (mons. Guerry La Doctrìne Sociale de l’Eglise, Paris, Bonne Presse 1957 p.172).
È, perciò, della massima importanza sapere quando il Magistero ordinario del Romano Pontefice è
dotato del carisma dell’infallibilità.
Poiché il Papa (da solo) possiede la stessa infallibilità conferita da Nostro Signore Gesù Cristo
alla sua Chiesa (Papa+Vescovi in comunione con lui) (cfr. D.B. 1839), bisogna concluderne che il
Papa da solo, nel suo Magistero ordinario, è infallibile nella stessa misura e alle stesse condizioni in
cui lo è il Magistero ordinario della Chiesa e quindi “si richiede che la verità insegnata sia proposta
come già definita o come sempre creduta o ammessa nella Chiesa, o come attestata dal consenso
unanime e costante dei teologi per verità cattolica» e perciò come “strettamente obbligatoria per
tutti i fedeli” (Dict. Théologie Cath. voce Infallibilitè du Pape t. VII col. 1705; neretti nostri).
Questa condizione è stata richiamata dal card. Felici, a proposito dell’Humanae Vitae, dalle
pagine de L’Osservatore Romano:
«Su questo problema è necessario tener presente che una verità può essere sicura e certa, e quindi
obbligare, anche senza il carisma della definizione ex cathedra, come in realtà avviene nella
Enciclica “Humanae vitae” nella quale il Papa, Supremo Maestro della Chiesa, enunzia una
verità che è stata costantemente insegnata dal Magistero della Chiesa ed è rispondente ai dettami
della Rivelazione» (L’Osservatore Romano 19 ottobre 1968 p. 3; i neretti sono nostri). Infatti
nessuno può rifiutare di credere ciò che è certamente rivelato da Dio, ed è certamente rivelato da
Dio non solo ciò che è stato definito, ma anche ciò che è stato sempre ed ovunque insegnato come
rivelato da Dio dal Magistero ordinario della Chiesa. Più di recente, il card. Bertone ha ricordato
che «il Magistero ordinario pontificio può insegnare come definitiva [in corsivo nel testo] una
dottrina in quanto essa è costantemente conservata e tenuta dalla Tradizione» e tale è il caso della
Ordinario Sacerdotalis che ribadisce l’invalidità dell’ordinazione sacerdotale di donne sempre
ritenuta con «unanimità e stabilità» dalla Chiesa [L’Osservatore Romano 20 dicembre 1996 già
citato; neretti nostri).
Il card. Siri, sempre a proposito dell’Humanae Vitae, nel citato numero di Renovatio
puntualizzò: «La questione pertanto va posta obbiettivamente così: concesso che il documento
[l’Humanae Vitae] non sia atto del Magistero infallibile e pertanto da solo non dia la garanzia
della irreformabilità e della certezza, la sua sostanza non è forse garantita da un Magistero
ordinario in quelle note condizioni per cui lo stesso Magistero ordinario è infallibile?» (neretti
della nostra redazione). E dopo aver riassunto la tradizione continua della Chiesa sulla
contraccezione, dalla Didachè degli Apostoli (I secolo) fino alla Casti Connubii di Pio XI, sulla cui
scia procede l’Humanae Vitae, conclude: «1’insegnamento di tale enciclica ricapitolava
l’insegnamento antico e comune. Pare di potere dire che le condizioni nelle quali si verifica il
Magistero ordinario irreformabile [= infallibile] siano raggiunte. Il periodo della irrequietezza
diffusa è fatto assai recente, che non inclina per nulla quanto era nel sereno possesso di tanti
secoli» (neretti nostri).
È, dunque, un errore estendere incondizionatamente l’infallibilità a tutto il Magistero ordinario
pontificio sia che il Papa parli «urbi et orbi» sia che tenga un discorso ai pellegrini. E’ vero, alla
Chiesa non basta la sola infallibilità del Magistero straordinario, che è raro; «la fede ha bisogno
della infallibilità e ne ha bisogno tutti i giorni», come scriveva anche il card. Siri (Renovatio cit.),
ma il card. Siri, da buon teologo, non dimenticava, come dimentica il nostro lettore, che anche qui
l’infallibilità del Papa è condizionata: il Magistero ordinario, per essere infallibile, dev’essere
tradizionale” (cfr. Salaverri loc. cit); se è in rottura con la Tradizione, il Magistero ordinario non
può rivendicare per sé nessuna infallibilità. E qui salta fuori la natura tutta particolare del Magistero
ordinario pontificio infallibile, sulla quale è necessario soffermarsi.

La particolare natura del Magistero ordinario infallibile
Il lettore avrà notato che il card. Siri dice che l’Humanae Vitae, qualora non fosse un atto del
Magistero “ex cathedra”, darebbe la garanzia dell’infallibilità non “da solo”, ma in quanto ricapitola
«l’insegnamento antico e comune» (Renovatio cit.). Infatti, a differenza del Magistero straordinario
o giudizio solenne, il Magistero ordinario «non consiste in una proposizione isolata, che si
pronunzia irrevocabilmente sulla fede, e, da sola, la garantisce, ma in un insieme di atti che
possono concorrere a trasmettere un insegnamento. E’ il procedimento normale della Tradizione
nel senso forte del termine» (dom P. Nau Le Magistère pontifical… cit. p. 10; neretti nostri). Ecco
perché, giustamente, il Dictionnaire de Théologie catholique parla di «insegnamento pontificio
infallibile che scaturisce dal Magistero ordinario del Papa» (loc. cit.). Perciò, mentre, «una
semplice esposizione dottrinale [del Papa] non potrà mai pretendere l’infallibilità d’una
definizione» questa infallibilità «invece, è rigorosamente implicata nel caso di convergenza sulla
stessa dottrina di una serie di documenti, la cui continuità, di per sé, esclude ogni possibile
dubbio sull’autentico contenuto dell’insegnamento romano» (dom. P. Nau Une source doctrinale:
Les encycliques p. 75).
Non tener conto di questa differenza equivale ad annullare ogni distinzione tra Magistero
straordinario e Magistero ordinario: «Nessun atto del Magistero ordinario potrebbe, senza cessare
di esser tale, rivendicare per sé, isolatamente preso, la prerogativa propria del giudizio supremo.
Un atto isolato è infallibile solo se il Giudice supremo vi impegna tutta la sua autorità fino ad
interdirsi di ritornarvi sopra - non potrebbe, infatti, essere revocabile senza riconoscersi
suscettibile di errore - ma un tale atto, inappellabile, è propriamente quello che costituisce il
giudizio solenne [o straordinario] e si oppone come tale al Magistero ordinario» (ivi nota 1).
Di conseguenza «l’infallibilità del Magistero ordinario, sia della Chiesa universale che della
Sede romana, non è l’infallibilità di un giudizio o di un atto da considerare isolatamente, come se
da esso, isolatamente preso, ci si potesse attendere tutta la luce». Al contrario l’infallibilità del
Magistero ordinario «è l’infallibilità della garanzia assicurata ad una dottrina dalla convergenza,
simultanea o continua, d’una pluralità di affermazioni o esposizioni, di cui nessuna, presa da
sola, può apportare una certezza definitiva. Questa certezza definitiva può venire solo dal loro
insieme» (dom P. Nau op. cit p. 17; neretti nostri). E dom Nau precisa: «Nel caso del Magistero
[ordinario] universale [= dei vescovi uniti al Papa] questo insieme è quello dall’insegnamento
concorde dei Vescovi in comunione con Roma; nel caso del Magistero [ordinario] pontificio [cioè
del Papa da solo] è la continuità dell’insegnamento dei succcessori di Pietro o, in altri termini, è
la “tradizione della Chiesa di Roma”, cui si appellava mons. Gasser [nel Vaticano I] (Collana
Lacensis e. 404)» (il neretto è della nostra redazione).
Anche A. G. Martimort (Le Gallicanisme de Bossuet, Parigi 1953 p. 558) scrive: «L’errore di
Bossuet consiste nel rigettare l’infallibilità del Magistero straordinario del Papa; ma egli ha reso il
gran servigio d’affermare nettamente l’infallibilità del Magistero ordinario [del Papa] e la sua
particolare natura, che lascia ad ogni atto particolare il rischio dell’errore... Insomma, secondo il
Vescovo di Meaux, accade per la serie dei pontefici romani presi nel tempo, ciò che accade per il
collegio episcopale disperso nel mondo».
Si sa, infatti, che i singoli Vescovi non sono infallibili, ma l’insieme, nel tempo e nello spazio,
dei Vescovi, nella loro unanimità morale, gode dell’infallibilità. Ne consegue che, volendo cercare
l’insegnamento infallibile della Chiesa, non ci si deve fermare all’insegnamento di un singolo
Vescovo, ma si deve guardare alla «dottrina comune e continua» dell’episcopato unito al Papa, che
«non può deviare dall’insegnamento di Gesù Cristo» (E. Piacentini OFM Conv., docente e
postulatore, Infallibile anche nelle cause di canonizzazione? ENMI, Roma 1994 p. 37). Lo stesso
accade per il Magistero ordinario infallibile del solo Romano Pontefice: questo Magistero ordinario
porta con sé la nota dell’infallibilità non per il fatto che quel singolo atto è posto dal Papa, ma
perché, quel singolo insegnamento, quel singolo atto del Papa «s’inserisce in un insieme e in una
continuità» (Nau Encycliques... cit.), che è quella della «serie dei pontefici romani presi nel tempo»
(Martimort cit.).
Si comprende allora perché, nel loro Magistero ordinario, i Romani Pontefici hanno sempre
avuto cura di riallacciarsi, spesso con lunghe citazioni letterali, ai loro “venerabili predecessori”:
«Questa continuità li assicura che quella dottrina è l’insegnamento stesso della Chiesa,
rigorosamente normativo per ogni intelligenza cristiana» (dom P.Nau Le Magistère... cit. p. 26).
La Chiesa parla per bocca nostra” dice Pio XI nella Casti Connubii. E Pio XII nell’Humani
Generis sottolinea che «per lo più quanto viene proposto e inculcato nelle Encicliche, è già, per
altre ragioni, patrimonio della dottrina cattolica».
La natura tutta particolare del Magistero ordinario infallibile del Papa era ben chiara fino al
Vaticano I. Tanto è vero che, mentre si svolgeva questo Concilio, La Civiltà Cattolica, che scriveva
(e scrive) sotto il diretto controllo della Santa Sede, al P. Gratry, che criticava la Bolla Cum ex apostolatus
di Paolo IV, opponeva: «Or noi domanderemo con tutta pace al P. Gratry, se egli crede
che la Bolla di Paolo IV sia un atto, per dir così isolato [in corsivo nel testo] ovvero che si
ragguagli con altri dello stesso genere nella serie dei romani Pontefici. Se risponde che è un atto
isolato [in corsivo nel testo], il suo argomento non prova nulla, poiché egli stesso afferma che la
Bolla di Paolo IV non contiene nessuna definizione dommatica. Se poi ci risponde, com’è
necessario che risponda, che questa Bolla è nella sostanza conforme a moltissimi altri simili Atti
della Santa Sede, allora il suo argomento dice assai più che non vorrebbe. Dice cioè, che i romani
Pontefici, per una lunga serie, hanno esercitati pubblici e solenni Atti d’immoralità e d’ingiustizia
contro i dettami dell’umana ragione; di empietà contro Dio; di apostasia contro il Vangelo» (vol.
X serie VII, 1870, p. 54; neretti nostri). Il che viene a dire che l’infallibilità di un “atto isolato” del
Papa è propria soltanto della “definizione dogmatica”; fuori delle definizioni dogmatiche, e cioè nel
Magistero ordinario, l’infallibilità è garantita dall’insieme di «moltissimi altri simili atti della Santa
Sede» ovvero di «una lunga serie» di successori di Pietro.

Applicazione pratica
A questo punto appare chiaro che non solo l’ultimo Concilio, dichiarato non dommatico, là dove
non ripropone un insegnamento già tradizionale, non può rivendicare per sé il crisma dell’
infallibilità, ma neppure quello che si presenta come Magistero ordinario pontificio degli ultimi
Papi può rivendicare per sé - esclusi pochi atti - la qualifica di “Magistero ordinario infallibile”.
Basta considerare che i documenti pontifici sulle “novità” che hanno turbato e confuso la coscienza
dei credenti (ecumenismo, dialogo interreligioso ecc.) non mostrano nessuna cura di riallacciarsi
all’insegnamento dei “venerabili predecessori” o, più esattamente, sono nell’ impossibilità di
riallacciarvisi proprio a motivo della “rottura” con essi. Provi il lettore a scorrere le “Note” della
Dominus Jesus e avrà la conferma di quanto affermiamo: per gli estensori del documento, il
Magistero dei Papi precedenti (ad eccezione di una frase decurtata della Mystici Corporis) è come
se non esistesse (v. sì sì no no 15 dicembre 2000 pp. 1ss).
Appare altresì chiaro che quando i “Papi di oggi” contraddicono i “Papi di ieri” nel loro
Magistero tradizionale si deve ubbidienza ai “Papi di ieri” e non ai “Papi di oggi” e che questo è il
segno manifesto di un’epoca di grave crisi ecclesiale, di tempi anormali nella vita della Chiesa.
Appare, infine, chiaro che la “nuova teologia”, la quale contraddice senza scrupoli
l’insegnamento tradizionale dei Romani Pontefici, contraddice il Magistero pontificio infallibile e
dunque, in coscienza, un cattolico deve rigettarla e positivamente impugnarla.

Eclissi pressoché totale del Magistero “autentico”
La crisi attuale della Chiesa, dunque, non si colloca, né sarebbe ciò possibile, a livello di
Magistero infallibile straordinario o ordinario. Non si colloca a livello di Magistero infallibile
straordinario, perché il Concilio non ha voluto essere dogmatico e lo stesso Paolo VI ne ha dato la
nota teologica: “Magistero ordinario, così palesemente autentico” (udienza generale del 12.1.1966;
v. Encicliche e discorsi di Paolo VI, ed. Paoline 1966 pp. 51-52).
Non si colloca a livello di Magistero ordinario infallibile perché il turbamento e la divisione nel
mondo cattolico sono stati provocati dalla rottura di quella continuità dottrinale che è il
contrassegno appunto del Magistero ordinario infallibile (infatti nessun turbamento, ma bensì
consenso, ha suscitato nei figli obbedienti della Chiesa l’Humanae Vitae di Paolo VI o l’intervento
di Giovanni Paolo II contro il sacerdozio femminile nell’ Ordinatio Sacerdotalis: v. sì sì no no 28
febbraio ‘95 p. 7 ecc). La crisi attuale si colloca a livello di quello che si presenta come Magistero
ordinario semplicemente “autentico”, che, come ricorda il card. Siri, «non implica di per sé la
infallibilità» (Renovatio cit.). Ma si tratta, poi, realmente di Magistero “autentico”?
Romano Amerio, nel suo intervento per il 2° convegno teologico di sì sì no no, scrisse che oggi
«non ogni parola del Papa è più Magistero, ma ormai spessissimo è solo espressione delle vedute,
dei pensamenti delle considerazioni diffuse presentemente, ... di dottrine che si sono diffuse e che
sono divenute dominanti in gran parte del mondo cattolico» (v. sì sì no no 30 aprile 1996 p. 2).
In effetti il Magistero, anche se non infallibile, dovrebbe essere pur sempre “Magistero”, cioè
insegnamento della Parola divina, anche se con un grado inferiore di certezza. Invece, oggi
spessissimo «il Papa non manifesta la parola divina che gli è affidata e che ha l’obbligo di
manifestare», ma «esprime le sue vedute personali» (che poi sono quelle della “nuova teologia”).
Quindi noi ci troviamo davanti ad una «manifestazione della decadenza del Magistero ordinario
[autentico] della Chiesa»; decadenza che «apre una gravissima crisi della Chiesa, perché è il punto
centrale della Chiesa a soffrirne» (ivi).
C’è, perciò, da domandarsi se si possa parlare propriamente di Magistero pontificio “autentico”
o se non si debba piuttosto parlare di un’eclissi pressoché totale del Magistero pontificio autentico,
cui fa riscontro un’analoga crisi a livello di Magistero episcopale.

Dove nasce il rischio di essere trascinati nell’errore
Questa crisi del Magistero pontificio autentico ha trovato i cattolici tanto più impreparati quanto
più era offuscata nelle loro menti la distinzione tra Magistero ordinario infallibile e Magistero
ordinario semplicemente “autentico” del Romano Pontefice. È questo offuscamento, segnalato,
come abbiamo visto, da alcuni teologi già prima del Vaticano II, che ha trascinato e rischia tuttora
di trascinare nell’errore quei cattolici, che credono erroneamente di dover prestare il medesimo
assenso ad ogni parola del Papa, trascurando quelle distinzioni e precisazioni che pure sono nell’
insegnamento della Chiesa e che qui richiamiamo brevemente.
«L’ordine di credere fermamente senza esaminare l’oggetto [...] può obbligare veramente solo
se l’autorità è infallibile» (Billot De Ecclesia tesi XVII) e perciò al Magistero infallibile, sia
straordinario che ordinario, si deve un assenso fermo e incondizionato.
«Per le decisioni dottrinali non infallibili del Papa o delle Congregazioni romane, c’è anche un
dovere stretto di ubbidienza che obbliga ad un assenso interno prudente e che esclude
abitualmente ogni dubbio fondato», ma questo assenso è «legittimato [non dall’infallibilità, bensì]
dall’alta prudenza con la quale l’autorità ecclesiastica agisce abitualmente in queste circostanze»
(Dict de Th. Cath. voce Eglise t. IV col. 2209). Perciò al Magistero “autentico” si deve non un
assenso cieco e incondizionato ma un assenso prudente e condizionato: «Poiché non tutto ciò che
insegna il Magistero ordinario è infallibile, è necessario domandarci quale adesione dobbiamo 8
alle sue diverse decisioni. L’assenso di fede si esige da parte del cristiano per tutte le verità
dottrinali e morali definite dal Magistero della Chiesa. Non così per l’insegnamento impartito dal
sommo Pontefice ma non imposto a tutta la collettività cristiana come dogma di fede. In tal caso è
sufficiente l’adesione interna e religiosa che accordiamo all’ autorità ecclesiastica legittima. Non è
un assenso assoluto, poiché questi decreti non sono infallibili, ma solo un assenso prudenziale e
condizionato, visto che nelle questioni di fede e di morale, la presunzione sta in favore del
superiore. [...] La possibilità di sottomettere la dottrina a un altro esame, se questo sembra
richiesto dalla gravità della questione, non è eliminata da questa adesione prudenziale» (Nicolas
Jung Le Magistère de l’Eglise 1935 pp. 153-154; neretti sono nostri).
Purtroppo tutte queste verità sono scomparse dalla coscienza cattolica insieme con la nozione di
Magistero “autentico”. E tanto più il mondo cattolico corre il rischio di essere trascinato nell’errore
quanto più nutre l’ingenua ed erronea convinzione che «mai» Dio ha permesso che anche nel
Magistero ordinario (senza distinzione di sorta) i Papi s’ingannassero e che quindi al Magistero
papale si debba sempre lo stesso assenso, cosa che non corrisponde affatto alla dottrina della
Chiesa.

Infallibilità e grazia di stato
È nell’ambito del Magistero autentico che si colloca il nostro discorso sulla grazia di stato del
Romano Pontefice.
Il Papa, quando impegna la sua infallibilità, gode, oltre che della grazia di stato, anche di una
specialissima assistenza divina. Neppure l’infallibilità, però, lo riduce ad un automa. Infatti
«l’assistenza divina... non esime il soggetto del Magistero infallibile dal dovere di ricercare la
verità con mezzi naturali, particolarmente mediante lo studio delle fonti della rivelazione (cfr. D.
1836)» (L. Ott Compendio di teologia dommatica, ed Marietti 1956 p. 474). Perciò nel suo
Magistero infallibile il Papa gode 1) di un’assistenza positiva dello Spirito Santo per giungere alla
verità; 2) di un’assistenza negativa che lo preserva da una decisione errata. Infine, qualora un Papa,
per negligenza o cattiva volontà, mancasse al suo dovere di ricercare la verità con i mezzi dovuti,
l’infallibilità ci garantisce che Dio, con un’assistenza puramente negativa, impedirebbe la
proclamazione “ex cathedra” di un errore.
Questa garanzia manca nel caso del Magistero autentico, che non gode del carisma
dell’infallibilità, e perciò tutto è affidato alla sola grazia di stato, che muove il Papa ad agire con
quell’«alta prudenza» che normalmente vediamo rifulgere anche nel Magistero autentico dei
Successori di Pietro. Ma se un Papa venisse meno a questa “alta prudenza”, nessuna promessa
divina sta a garantirci che Dio interverrebbe per fermarlo. Allora, sì, il mondo cattolico potrebbe
correre il rischio di essere trascinato nell’errore, ma non perché al Papa sia venuta meno
l’infallibilità (alle debite condizioni, egli ne godrebbe come i suoi predecessori), né perché gli sia
mancata la grazia di stato, bensì perché egli è mancato alla grazia. E il rischio è tanto più grande
quanto più sono caduti in oblìo i princìpi che stiamo qui richiamando.
Quando il mondo cattolico aveva ben chiari questi princìpi, il pericolo di essere trascinati
nell’errore era di gran lunga inferiore. Ed infatti noi vediamo nella storia della Chiesa che la
resistenza motivata di cardinali, di Università cattoliche, di principi cattolici, di religiosi, di semplici
fedeli fecero rientrare i passi falsi di alcuni Papi, come Giovanni XXII e Sisto V, per il quale ultimo
San Roberto Bellarmino scrisse a Clemente VIII: «Vostra Santità sa a quale pericolo Sisto V espose
se stesso e tutta la Chiesa allorché intraprese la correzione della Sacra Scrittura secondo i lumi
della sua scienza personale e veramente io non so se la Chiesa abbia mai corso un più grave
perìcolo» (F. Vigouroux Dictionnaire de la Bible t. Ili col. 1407-1408 art. Jesuites: traveaux sur les
Saintes Ecritures). E quel pericolo fu scongiurato dalla reazione del mondo cattolico. In realtà, non
si rende un servizio né a se stessi né alla Chiesa né al Papa attribuendogli sempre l’infallibilità ed i
tempi attuali lo stanno dimostrando: ciò non toglie che i passi falsi di un Papa sono per tutto il
mondo cattolico una prova durissima.

Tempi normali e tempi anormali
In tempi normali, infatti, il fedele si appoggia al Magistero pontificio “autentico” con la stessa
fiducia con la quale si appoggia al Magistero infallibile e, in tempi normali, questa fiducia è
pienamente giustificata. Anzi, in tempi normali, sarebbe un errore gravissimo non tenere nel debito
conto anche il Magistero semplicemente “autentico” del Romano Pontefice, perché «se fosse
permesso ad ognuno, in presenza d’un atto dell’autorità magisteriale, di sospendere il proprio
assenso o anche di dubitare o negare positivamente finché quest’atto non implichi una definizione
infallibile, l’azione reale del Magistero ecclesiastico diventerebbe per ciò quasi illusoria, perché è
relativamente raro ch’esso si traduca in definizioni siffatte» (Dictionnaire de Théologie Catholique
tomo III col. 1110). Non si dovrebbe, però, mai dimenticare, come oggi si è dimenticato, che la
sicurezza del Magistero autentico non è legata all’infallibilità, bensì all’ «alta prudenza» con cui
abitualmente” procedono i Successori di Pietro e alla cura che abitualmente essi hanno di non
discostarsi dall’insegnamento, esplicito e tacito, dei loro predecessori.
Se questa prudenza e questa cura vengono meno, noi non siamo più in tempi normali e sarebbe
un errore fatale equiparare, anche solo di fatto, il Magistero autentico del Romano Pontefice al suo
Magistero infallibile (straordinario o ordinario che sia). Questi tempi anormali, grazie a Dio, sono
rarissimi, ma non impossibili. In tal caso, per non essere trascinati nell’errore, urge ricordare che
l’assenso dovuto al Magistero non infallibile è un «assenso inferiore, non di fede, ma prudenziale, il
cui rifiuto, tranne un fatto nuovo o la certezza di una discordanza tra l’affermazione pontificia e
la dottrina fino a quel momento insegnata, non potrebbe sfuggire alla nota di temerarietà» (dom
Nau Le Magistère... cit. pp. 23-24). Dom Nau precisa che questo non vale per un insegnamento che
sia “già tradizionale” (saremmo allora, infatti, nel campo del Magistero ordinario infallibile). Ma
nel caso di un insegnamento che non sia “già tradizionale” vale la riserva che a noi qui interessa:
«la certezza di una discordanza tra l’affermazione pontificia e la dottrina fino a quel momento
insegnata», legittima il rifiuto e lo sottrae ad ogni «nota di temerarietà».
Questa «discordanza» è forse un’ipotesi impossibile? No, quando si tratta di Magistero
autentico”.
Dom Nau, il cui attaccamento al papato è fuori di ogni dubbio, scrive: «Questo caso non è da escludersi
a priori” perché non si tratta d’una definizione. Tuttavia, al dire dello stesso Bossuet,
è “così straordinario da verifìcarsi solo due o tre volte in mille anni”» (Le Magistère... cit. p. 24
nota 53). In tal caso rifiutare il proprio assenso non solo non è temerario, ma è doveroso e la
discordanza” con “la dottrina fino a quel momento insegnata” scioglie il cattolico da ogni dovere
di ubbidienza su quel punto: «E’ un principio generale che si deve obbedienza agli ordini d’un
superiore a meno che, in un caso concreto, l’ordine non appaia manifestamente ingiusto; parimenti
un cattolico è tenuto ad aderire interiormente agli insegnamenti dell’autorità legittima finché
non è evidente per lui che una data affermazione è erronea» (D.T.C, t. Ili col. 1110; il neretto è
nostro). Nel nostro caso l’evidenza dell’errore è data dalla discordanza di un atto di Magistero
autentico con il Magistero infallibile straordinario o ordinario e quindi con la dottrina tradizionale,
alla quale la coscienza cattolica è legata in eterno.

La fede non chiede le dimissioni della logica
A chiusura riportiamo il testo di un compianto teologo che aveva ben chiara la dottrina che
abbiamo qui richiamata ed era consapevole di quanto essa fosse interessatamente offuscata dai
nuovi teologi” (ben più inescusabili dei semplici fedeli).
Polemizzando con Joseph Kleiner sulla palese contraddizione tra l’Auctorem Fidei di Pio VI,
che condanna la concelebrazione, e l’Instructio di Paolo VI, che, al contrario, la incoraggia, il padre
Joseph de Sainte Marie O.C.D. scrive: «“Si è forse mai visto un intervento del Magistero
contraddire una Dichiarazione del Magistero?”. Nella sua [di Joseph Kleiner] mente la risposta
alla sua domanda è evidentemente negativa; in nome dell’infallibilità del Magistero. Questa
infallibilità certamente comporta che la Chiesa non può contraddire se stessa, ma ad una
condizione dimenticata dal nostro autore, e cioè che essa impegni nel suo atto la pienezza della 10
sua infallibilità. Oppure, trattandosi del Magistero ordinario, del quale bisogna stare molto attenti
a non minimizzare l’autorità, a condizione ch’esso si conformi a ciò che insegna il Magistero
infallibile, sia nei suoi atti solenni, sia nel suo insegnamento costante. Se queste condizioni non
sono rispettate, non è affatto impossibile che un intervento del Magistero entri in contraddizione
con un altro. La fede non deve turbarsene perché l’infallibilità non è in causa, ma il senso dei
fedeli ha il diritto di esserne scandalizzato, perché tali fatti rivelano un profondo disordine
nell’esercizio del Magistero. Negare l’esistenza di questi fatti in nome di una comprensione
erronea dell’infallibilità della Chiesa e negarli “a priori” non è conforme né alle esigenze della
teologia né a quelle della storia né a quelle del più elementare buon senso. Perché i fatti sono là;
non si possono negare. Ne abbiamo dato un esempio; ne potremmo dare altri. Basti ricordare [...]
l’ “Institutio generalis” che presentò il “Novus Ordo Missae” specie nel suo famoso “articolo 7”. I
dogmi dell’Eucarestia e del Sacerdozio vi erano presentati con termini così ambigui e palesemente
orientati verso il protestantesimo - per non dire di più -che fu necessario rettificarli. E tuttavia
questa “Institutio” era “un intervento del Magistero”. Bisognava forse accettarla per questa sola
ragione, benché andasse in un senso chiaramente opposto al Concilio di Trento, nel quale la
Chiesa aveva impegnato la sua infallibilità? Sì, se si segue il comportamento bandito da Joseph
Kleiner e da tanti altri. E bisognerebbe per ciò stesso fare propria la contraddizione, negando che
ci sia contraddizione, il che è propriamente contraddittorio e rappresenta un’autentica dimissione
dell’intelligenza e un abbandono incondizionato a un principio d’autorità non regolato più da
nessuna esigenza di verità. Un tale atteggiamento non è conforme a quello che il Magistero stesso
chiede ai fedeli. [...] Ora la fede esige la sottomissione dell’intelligenza dinanzi al Mistero che la
oltrepassa, ma non la sua dimissione dinanzi ad esigenze di coerenza logica che sono di sua
competenza. Perciò, quando una contraddizione è evidente, come nei due casi citati, il dovere del
credente, e ancor più del teologo, è di rivolgersi al Magistero chiedendogli di eliminarla»
(Eucharestie salut du monde, ed du Cèdre, Paris 1981, pp. 56 ss.).
Pensiamo di non dover aggiungere altro, tranne un invito a pregare la divina Pietà che, per
intercessione del Cuore Immacolato di Maria, allontani al più presto dal mondo cattolico questa
durissima prova.


Hirpinus

tratto da Si Si No No